Economia

Cosa c'è dietro la sparata di Renzi sul ponte sullo stretto di Messina

Ieri il presidente del Consiglio, che ha sentito odore di campagna elettorale, è tornato a promettere il ponte sullo Stretto di Messina. Oggi però, anche a chi gli chiedeva come mai fosse contrario fino a poco tempo fa, ha precisato meglio i termini di una questione che andrebbe chiarificata: «Io alla Leopolda dissi che dovendo scegliere tra la banda larga e il Ponte sullo Stretto ero per la banda larga e che bisognava finire la Salerno Reggio Calabria e le linee ferroviarie in Sicilia, e lo confermo. Ma dopo due anni e mezzo di governo la banda larga è a gara in tutte le Regioni, la Salerno Reggio Calabria si percorre in quattro corsie e il 22 dicembre, come da impegno, sarà terminata, in Sicilia i soldi per viadotti e ferrovie sono realtà, e allora, essendo ospite dell’azienda in causa con lo Stato che chiede centinaia di milioni dopo aver vinto la gara, ho detto che se il Ponte diventa uno strumento per unire da Milano a Palermo si puo’ ragionare adesso».

Cosa c’è dietro la sparata di Renzi sul ponte sullo stretto di Messina

Non va infatti dimenticata la cornice in cui le dichiarazioni sono state fatte ieri: Renzi parlava durante la cerimonia per i cento anni di Salini-Impregilo, ovvero la capofila di quel pool di imprese che aveva stipulato un contratto con il governo italiano per la costruzione del ponte (l’esecutivo ha approvato un progetto definitivo nel luglio 2011) e che ha chiesto un risarcimento danni  pari a 790 milioni di euro. Il consorzio Eurolink, formato da Salini-Impregilo, Sacyr e Harima, partecipò a una gara lanciata nel 2004 e vinta a fine 2005 per un importo pari a 3,8 miliardi di euro: il contratto venne firmato il 27 marzo 2006. Poi alle successive elezioni vince Prodi e blocca i fondi pubblici per l’opera. Quando torna in sella Berlusconi i fondi vengono di nuovo stanziati, mentre il progetto definitivo viene consegnato nel 2011 e approvato dalla Società Stretto di Messina, a partecipazione totale IRI, nel luglio 2011. Manco a dirlo, nel frattempo i costi sono lievitati e l’ammontare totale viene aggiornato a poco più di cinque miliardi. “Non è che siccome lo ha detto Berlusconi allora e’ sbagliato. Questo è un esempio della cultura dell’odio che non ho mai capito di molti dei nostri e dei 5 stelle – ha detto Renzi oggi in radio – Se ci saranno le condizioni e il progetto permetterà allo Stato di ricavare e non di spendere, perché no?”.
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Quello per la costruzione del Ponte aggiudicato al consorzio Eurolink, a guida SaliniImpregilo con gli spagnoli di Sacyr e i giapponesi di Harima. La gara lanciata nel 2004 è stata vinta a fine 2005 e il contratto firmato per 3,8 miliardi il 27 marzo 2006. Prodi vince le elezioni e tra le prime cose che fa (Dl 262/2006) c’è la revoca dei fondi pubblici all’opera e l’operazione viene congelata. Torna Berlusconi e si riparte, con imprese invitate a progettare e fondi ristanziati nel 2009. Il progetto definitivo viene consegnato da Eurolink nel dicembre 2010, e approvato dalla Stretto di Messina nel luglio 2011. Il valore del contratto viene poi aggiornato a 5,215 miliardi. Lo stop definitivo arriva con Monti, come racconta il Sole 24 Ore:

Nel 2012 il governo Monti approva il decreto legge 2 novembre 2012, n. 187, che dichiarò la «caducazione» ex lege della concessione alla Stretto di Messina e di tutti i contratti con le imprese (in primis Eurolink) se non si fossero verificate una serie di circostanze nei mesi successivi, tra cui l’accettazione della caducazione da parte delle imprese (in cambio di opere per il territorio fino a un massimo di 300 milioni di euro), e nuovi studi sulla fattibilità finanziaria dell’opera. Ma sia i costruttori di Eurolink che i progettisti di Parsons non ci stanno, e fanno subito ricorso al Tribunale di Roma, chiedendo il rinvio alla Consulta per incostituzionalità della legge e un risarcimento danni di 790 milioni di euro (di cui 700 Eurolink). Nel frattempo la società Stretto di Messina, che è arrivata ad avere 100 dipendenti, viene messa in liquidazione il 15 aprile 2013 da Monti, e oggi resta in piedi (con personale distaccato della controllante Anas) solo per seguire la causa.
Siamo ancora al primo grado: il 31 maggio e il 12 luglio scorsi si sono tenute due udienze interlocutorie, e ora si attende la decisione circa il rinvio o meno alla Corte costituzionale. Se il rinvio ci sarà, resta in piedi la richiesta di 790 milioni, ma il rischio effettivo per lo Stato sarebbe non superiore a 3-400 milioni. Se il rinvio non ci sarà, il massimo risarcimento ottenibile sarebbe di poche decine di milioni. In ogni caso, se il governo decide di rimettere i piedi l’opera, bisognerà cancellare la legge del 2012. Il progetto definitivo c’è, ma è del 2010, va certamente rivisto in profondità, e naturalmente l’opera andrà reinserita nella programmazione nazionale sulle infrastrutture.

Ecco quindi che diventa molto più chiaro cosa è successo ieri. Ovvero: Renzi sta cercando di limitare i danni fatti a suo tempo dai governi precedenti. Che ci riesca, però, è tutto un altro paio di maniche.

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