Opinioni

Coronavirus, Fase 2: come dovrebbe cambiare l’Università

Il Coronavirus cambierà tutto. Uno dei settori che sarà più toccato sarà quello dell’alta formazione. Il sistema universitario italiano necessitava profondi ritocchi e questa crisi epidemica potrebbe essere l’occasione giusta sia per richiedere che il Paese investa nell’alta formazione (e quindi nei giovani) molto di più di quello che faccia adesso e sia per richiedere all’Università un profondo cambiamento al fine di dare al Paese molto di più di quello che stia dando adesso. Attualmente l’Università Italiana ha molte luci e tante ombre: sicuramente produce (per il momento) ottimi studenti con una buona preparazione di base, riesce (nonostante i miseri finanziamenti) a produrre una buona ricerca di base, ma non è competitiva come Paese (il numero di ERC che scelgono l’Italia per fare ricerca è bassissimo, e prendiamo, in percentuale, pochissimi fondi europei) , è provinciale sia a livello internazionale (abbiamo assunto pochissimi professori non italiani) che a livello locale (la riforma Berlinguer ha praticamente bloccato i trasferimenti da un’università all’altra: ci sono professori che passeranno tutta la loro carriera nella stessa università), il dottorato di ricerca non è valorizzato, non si riesce a trattenere i giovani migliori (carriera troppo lenta e salario troppo basso), abbiamo una eccessiva burocrazia che soffoca le iniziative più innovative e , soprattutto, una ricerca è troppo autoreferenziale, non attenta ai bisogni del Paese e troppo chiusa nella sua torre d’avorio.

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L’epidemia potrebbe dare il là del cambiamento. Le Università, anche se non preparate, sono state costrette ad erogare l’insegnamento a distanza. Non perdiamo questa opportunità. Prima di tutto diamo delle direttive comuni in modo da creare una repository dove conservare tutti i contributi prodotti. Una volta raccolti tutti questi contenuti, pensiamo a un nuovo modo di fare didattica. Ad esempio, ha senso avere 20 professori che insegnano tutti le stesse materie di base a Firenze? Ha senso a Roma avere numerosi docenti dello stesso corso istituzionale nelle tre Università di Roma o nelle di Milano? Probabilmente, se usassimo in modo opportuno il materiale didattico online, potremmo pensare di avere un docente che sovrintende la didattica e che gestisce un adeguato numero di esercitatori.

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Questi potrebbero essere reclutati fra gli studenti più brillanti della magistrale e fra gli studenti del dottorato. Potremmo persino prendere in prestito i docenti delle scuole (magari combinando il loro periodo di distacco all’Università combinando l’ aggiornamento professionale con l’aiuto didattico). Questo significherebbe che i docenti universitari dovrebbero, per la maggior parte, spostarsi su corsi della magistrale e del dottorato. Il Dottorato dovrebbe essere modificato: non dovrebbe essere visto solo come titolo necessario per intraprendere la carriera universitaria ma anche come strumento altamente qualificante per lavori ad alto valore aggiunto. Questo cambierebbe automaticamente i requisiti che il professore universitario dovrebbe avere. Infatti dovrebbe essere interdisciplinare, collegato al mondo produttivo, aggiornato ed internazionale. Qualità praticamente ortogonali a quelle valutate attualmente dall’ANVUR che basa il ranking delle università essenzialmente sulla valutazione bibliometrica della produzione. Un consiglio (non richiesto) al Ministro: approfittiamo della pausa del coronavirus per bloccare la VQR (valutazione della qualità della ricerca), per ripensare all’ANVUR (un’agenzia di valutazione ci deve essere, ma l’attuale agenzia è nata proprio male. Sembra pensata da professori narcisi e pavoni che invece di guardare il mondo hanno guardato al loro ombelico) e per rimodulare l’ASN (che senso ha abilitare tanti docenti per la prima fascia quando i posti sono molto meno?). Rilanciamo l’internazionalizzazione della Ricerca, apriamo le Università a studenti e professori stranieri. Rilanciamo i nostri rapporti con l’Europa impegnandoci per ottenere più fondi Europei (cambiando quelli dei nostri rappresentanti Europei che hanno fallito, cambiando il sistema rendendolo più competitivo e riducendo l’asfissiante peso della burocrazia). All’interno di un quadro normativo nazionale, garantiamo la reale autonomia dei nostri atenei. Infine combattiamo il digital divide, magari permettendo sia ai docenti che alle famiglie degli studenti di portare in deduzione fiscale le spese per gli abbonamenti internet.

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Vincenzo Vespri

Vincenzo Vespri è professore di matematica all’Università degli Studi di Firenze Oltre ad essere un professore universitario di Matematica che vede con sgomento l'università italiana andare sempre più alla deriva, sono anche un valutatore di progetti scientifici ed industriali (sia a livello italiano che europeo). Vedere nuove idee, vedere imprese che nascono, vedere giovani imprenditori che per realizzare le proprie idee combattono fatiche di Sisifo contro il sistema paleo-burocratico e sclerotizzato, è un' esperienza tipo Blade Runner: " Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser".