Opinioni

Il falso problema dei direttori «stranieri» dei musei

Domani è attesa la sentenza del Consiglio di Stato che potrebbe riformare quella del TAR sui direttori dei musei. Oggi Roger Abravanel sul Corriere della Sera torna a ricordare i contorni di un problema che la politica italiana ha preferito seppellire sotto un mare di demagogia e offre soluzioni possibili:

La maggioranza degli italiani ha capito che il problema erano i direttori stranieri. Ma che dire delle bocciature delle nomine di direttori italiani? La risposta si ottiene leggendo le chilometriche e incomprensibili sentenze del Tar del Lazio con l’aiuto di pazienti ed esperti giuristi. Come nella maggioranza dei ricorsi ai Tar, le sentenze evidenziano il mancato rispetto delle procedure, troppa arbitrarietà e poca trasparenza nelle selezioni (colloqui via skype e non audizioni pubbliche, punteggi per le classifiche ritenuti non idonei e selezione tra i tre finalisti da parte del ministro considerata non oggettiva).
La non italianità dei candidati contava poco ma, dato che era la cosa più chiara nella lettura delle sentenze, è diventata il principale oggetto del dibattito. Non sappiamo cosa deciderà il Consiglio di Stato ma, se anche il governo riuscirà a togliere il vincolo antistranieri, il problema non sarà risolto e i ricorsi al Tar continueranno a fioccare, in particolare quando bisognerà sostituire un direttore o rinnovarlo alla scadenza del contratto.

dario franceschini musei
Abravanel spiega che la riforma non era completa anche perché i direttori di museo selezionati non hanno abbastanza potere: le risorse umane e finanziarie e i servizi museali sono ancora centralizzati al ministero. I direttori non possono essere quindi ritenuti responsabili dei risultati in termini di visitatori, iscritti e donazioni private, come avviene nei principali musei pubblici e privati del mondo. Poi offre una soluzione:

Una selezione dall’esterno dei vertici dei musei pubblici è possibile anche in Italia e lo dimostra il museo egizio di Torino che è guidato da una fondazione che sembra funzionare benissimo. È però necessaria una seconda fase della riforma che formalizzi che le nomine esulano dai concorsi per carriere dall’interno, magari trasformando i grandi musei italiani in fondazioni e ripensandone la governance. Non basta, bisogna anche dare ai loro direttori i poteri che oggi non hanno, ridimensionando drasticamente quelli del ministero dei Beni culturali.
Nascerà così una vera meritocrazia anche nella gestione del patrimonio artistico italiano e si eviterà che, anche nella cultura come nella economia, chi guida il Paese è la magistratura. Il coraggioso ministro della Cultura che avvierà questa riforma si troverà contro dei nemici facilmente prevedibili: tutti coloro che oggi gravitano nel mondo dell’arte e che ritengono che essa sia prerogativa solo delle élite (la loro) e non di tutti i cittadini e che urleranno contro la «privatizzazione del patrimonio artistico italiano».

In attesa di una auspicabile riforma della sentenza, il punto è che il problema non è risolto. E ci vorrà molto per farlo davvero.

Leggi sull’argomento: La legge che salva i direttori stranieri dei musei (e dimostra che il TAR aveva ragione)