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Cofferati è lo Tsipras italiano?

«Cofferati può diventare lo Tsipras italiano» lo fa dire Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera a Maurizio Landini, anche se la risposta completa del sindacalista della FIOM è un po’ più articolata della sua sintesi brutale: «Non so se è un modello esportabile. Però so che è estremamente interessante come certi meccanismi di elaborazione del cambiamento possano mettersi in moto proprio come si sono messi in moto in Grecia: in questo senso, naturalmente,un personaggio del carisma di Cofferati, con le sue grandi qualità etiche e morali,può certamente contribuire ad accelerare un percorso simile anche qui. Dove pure è necessario andare oltre l’idea di sinistra classica». Eppure il rumoroso addio al Partito Democratico del Cinese sembrerebbe proprio presupporre alla nascita del soggetto a sinistra del partito di Renzi a cui lavora la sinistra interna. Ma se Cofferati è la risposta della sinistra PD all’ansia di rinnovamento mi sa che da quelle parti non hanno capito la domanda.
 
COFFERATI LO TSIPRAS ITALIANO?
Sergio Cofferati ha avuto la sua grande occasione nel 2002, quando un milione di persone riempiva il Circo Massimo per ascoltare solo lui. Da allora ogni sua scelta politica è andata in un’unica direzione: quella dell’establishment. Ha accettato una candidatura a sindaco di Bologna che era difficile non interpretare come una spartizione alla fine di una guerra interna nella quale, come nella tradizione della nomenklatura, meglio nessun vincitore che qualche vinto. Da primo cittadino si è distinto per il divieto a una manifestazione antiproibizionista come la Street Rave Parade con tanto di corredo di interviste in cui diceva che bisognava proteggere il cittadino bolognese da sé stesso. Ha lanciato campagne anti-graffiti e ha fatto rimuovere statue falliche di cioccolato in onore di Rocco Siffredi. Dopo aver contribuito a fondare il Partito Democratico ha deciso di non ricandidarsi a un secondo mandato e lasciare Bologna per Genova, e già questo dovrebbe dire molto, se non moltissimo, sul suo mandato. Se non bastasse, si può ricordare come hanno reagito tanti nel PD a Bologna alla notizia della sua sconfitta alle primarie con la Paita:

Stamattina, alla notizia della sconfitta dell’ex primo cittadino, la gioia di alcuni esponenti democratici bolognesi che mai avevano sopportato l’ex segretario della Cgil è esplosa sui social netwoek. «Lella (la Paita; ndr) in regione. Coffy in pensione. Alè» ha scritto su Facebook la consigliera comunale renziana Raffaella Santi Casali. Il suo commento è stato molto apprezzato anche da diversi esponenti del Pd bolognese, tra cui l’ex assessore provinciale, Emanuele Burgin, l’ex consigliere di Palazzo Malvezzi, Andrea De Pasquale e dalla presidente del quartiere Savena, Virginia Gieri.
La Santi Casali ha poi commentato, sempre su Facebook: «Avere sconfitto uno così è un segno meraviglioso». Anche l’ex esponente di Sel, ora Pd, Domenico Papaleo è stato molto critico con Cofferati («Non so se la Paita sia la persona giusta, ma la mia opinione è che Cofferati non lo sia»). E pure il centrodestra esulta. «I cinesi non hanno votato il cinese. Questa è una gioia profonda» ha detto Valentina Castaldini, consigliera comunale dell’Ncd.


Anche la vicenda dei seggi con voto annullato alle primarie della Liguria non sembra così bene argomentata. Tredici seggi su trecento sono un numero troppo esiguo per dimostrare la possibilità di brogli di massa, mentre per quanto riguarda l’appoggio del centrodestra a questo o a quel candidato, anche il Cinese da questo punto di vista non sembra immacolato. E se è giusto che Cofferati non lasci il seggio di Strasburgo visto che è stato il secondo più votato nella sua circoscrizione alle Europee, gli attuali sponsor del cofferatismo forse dovrebbero andare a rileggersi quanto sta facendo Tsipras prima di azzardare paragoni improponibili.
 
TSIPRAS: IL COFFERATI GRECO?
Il Cofferati greco non sembra infatti avere tanti punti in comune con il Cinese. A parte le differenze d’età e d’immagine, che hanno contribuito guarda caso anche al successo di Podemos in Spagna, è il concetto stesso di partenza che sembra sfuggire ai vari Fassina, Civati e compagnia cantante. Nel suo discorso a Salonicco, Tsipras ha riassunto le sue priorità in quattro punti, battezzati dai media “Programma di Salonicco”, un’alternativa radicale al Memorandum sottoscritto con la Troika. Primo punto: “risolvere la crisi umanitaria in Grecia”; secondo “riavviare l’economia”; terzo “riconquistare posti di lavoro”; quarto “trasformare democraticamente il sistema politico”. Dentro questi obiettivi c’è l’aumento del salario minimo, delle pensioni, degli stipendi statali e il ripristino dei livelli del servizio sanitario. Insomma più spesa pubblica. Sul fronte del debito Syriza propone un abbattimento del 70-80% del debito pubblico. Ma non quello in mano ai privati, che è poca roba. Piuttosto l’obiettivo di Tsipras è far pagare il conto ai maggiori detentori del debito ellenico: l’Unione Europea e in particolare la Germania. Come spiega il Sole 24 ore, dei 330 miliardi di euro di debito (177% del Pil) l’80% è in mano a istituzioni pubbliche: 60% ai fondi salva-stati, vale a dire all’Unione europea, 12% al Fondo monetario internazionale, l’8% è detenuto dalla Bce, solo il 15% è sul mercato. Insomma, se la signora Merkel non vuole che la Grecia fallisca ed esca dall’euro, creando un pericoloso precedente, deve fare buon viso a cattivo gioco ed accettare una piccola perdita, pari al 27% del fondo salva-stati europeo. Sono solo una cinquantina di miliardi. Alla Francia toccherebbero 40 miliardi, all’Italia 35 e dalla Spagna una ventina. Un piccolo prezzo – spiegano quelli di Syriza – se si considera quanto costerebbe la deflagrazione della zona euro. E qualcosa di equo, se si mette a confronto il trattamento che la stessa Germania ricevette nel 1952, quando le furono condonati i debiti di guerra. Insomma, dicono quelli di Syriza, se come tutti dicono la Germania ha guadagnato più di tutti dalla moneta unica è arrivato il tempo che paghi il conto. Solo così, spiega il capoeconomista del partito di Tsipras, John Milios, il debito in mano ai privati non sarebbe colpito e i mercati non avrebbero ragione di ritorcersi contro il governo ellenico. Ma ai mercati questo interessa poco e da due settimane mettono in conto lo scenario peggiore: il fallimento delle trattative e l’uscita di Atene dalla moneta unica entro i prossimi tre anni.
 
LA PARTITA DI TSIPRAS E QUELLA DEI REDUCI PD
Non sappiamo, né possiamo saperlo, come finiranno oggi le elezioni in Grecia. Né se Tsipras, in caso di vittoria, andrà fino in fondo in una strategia (difesa dell’euro e chiusura all’austerità) nella quale prima o poi sarà necessaria una scelta. Probabile che a quel punto si valuterà correttamente la vera intenzione del greco, ed è giusto sospendere fin lì il giudizio sulla sua eventuale serietà e sul suo operato. Ma nel frattempo non può non notarsi la chilometrica distanza tra lui e quelli che vogliono adesso frequentare la sua scuola: Fassina che prima dice di essere un difensore dell’euro, poi lascia il governo e si iscrive agli antieuro, e il tutto senza elaborare uno straccio di strategia per spiegare in che modo si potrebbe uscire dall’euro in accordo con la Germania, possibilmente trattenendosi il più possibile dal ridere.  Anche le sue conseguenze economiche, qui indagate, dimostrano che le idee sono poche, ma ben confuse. Dall’altra parte le oscillazioni dentro-fuori di Pippo Civati hanno di certo eccitato gli amanti della suspense, meno quelli che credono che la serietà, come l’onestà, sia un prerequisito della politica. In questo armamentario ideologico aggiungere il nome di Cofferati senza per nulla spiegare quale sarebbe l’alternativa politica (non i nomi, ‘ché quelli son capaci tutti di farli) alla sinistra di Renzi, sembra una mossa di chi sta disperatamente cercando di completare l’album di figurine, per costruirsi domani l’ennesimo partitino da zero virgola. Il che, come ambizione personale, può persino funzionare. Ma da qui a quella politica ce ne corre.