La macchina del funky

Claudio Lotito è diventato prof

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Quando una cattedra non si nega a nessuno, perché bisognerebbe negarla a Claudio Lotito? Tommaso Rodano sul Fatto di oggi ci racconta che il presidente della Lazio è titolare di un ciclo di lezioni di Morale all’università di Roma. E dice che al suo esordio era presente anche la povera Olimpia, l’aquila che il presidente della Lazio fa volare all’Olimpico ogni volta che giocano i biancocelesti:

Il presidente moralizzatore della Lazio, da ieri, è titolare di un ciclo di lezioni all’Università Europea di Roma. La sua prima lectio magistralis è un lunghissimo monologo autocelebrativo, ovvero di come Lotito salvò la Lazio e in fondo l’intero calcio italiano. Ma lasciamo la parola al docente. LOTITO INIZIA da un’analisi un po’ macabra: “Si pensa ai risultati sportivi, ma ci si dovrebbe preoccupare dello stato di salute della propria squadra. Altrimenti si fa come il famoso primario: ‘operazione riuscita, paziente morto’. Come il Parma, deceduto di recente”. Il professore si sbraccia, suda, inciampa sull’italiano e prova a rialzarsi con il latino. L’uditorio non è numeroso. Ma il nostro non si scoraggia, va in trance. Ripercorre la storia personale: “Quando sono subentrato alla Lazio avevo uno scenario apocalittico. Sempre meglio una brutta verità che una bella bugia. Bisogna avere contezza dei conti. Fatturava 84 milioni e ne perdeva 86 all’anno. Tutti pensavano che fossi un folle. Era una sfida al limite, come gli sport estremi. Avevo preso una società al funerale, contavo almeno di portarla al coma irreversibile”.

La metafora iettatoria ritorna:

Ma come noto – grazie a un accordocol fisco che gli ha permesso di spalmare negli anni un debito di 150 milioni di euro – l’eroe alla fine ce la fa. Oggi che è il burattinaio della Figc, Lotito ricorda con affetto la prima riunione di Lega: “Arrivò un noto collega e mi fece: ‘A Lotì, ma che te parli, che sei appena arivato ’. Risposi: ‘Io pe’ capì 10 anni ce metto un minuto’”. La prima impresa –racconta –fu convincere i calciatori del suo progetto. La narrazione si fa struggente: “Quando entrai nello spogliatoio la prima volta, pensai: ‘E mo’che je racconto a questi. Je parlo des oldi? Ce l’hanno. De fama? Ce l’hanno. Allora ho detto: ‘Da domani, voglio dodici gladiatori’. M’hanno guardato come uno da mandare alla neuro, pensavano non sapessi neanche che si gioca in undici. Poi gli ho spiegato: ‘Il dodicesimo uomo è l’attaccamento alla squadra’”.