Cultura e scienze

Il contributo di Beppe Grillo alla limitazione della libertà di stampa in Italia

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Reporter sans frontieres ha pubblicato la classifica 2017 sulla libertà di stampa nel mondo per l’anno 2016. La prima sorpresa è che il nostro Paese ha guadagnato venticinque posizioni: dal 77° posto dello scorso anno siamo risaliti fino alla cinquantaduesima posizione. Quindi tutti i geni che nel corso del 2016 hanno rinfacciato a giornali e giornalisti di essere al servizio del regime spiegando (e sbagliando) che è per colpa degli articoli contro una certa parte politica che siamo “al 77° posto della libertà di stampa” ora si trovano in una posizione complicata.

Cosa misura il rapporto di Reporter sans frontieres sulla libertà di stampa?

Vale la pena di ricordare ai lettori che il rapporto annuale di Rsf non misura la qualità dell’informazione ma fotografa invece il livello di libertà dei giornalisti di poter fare il proprio lavoro in maniera indipendente senza subire intimidazioni e minacce e la qualità delle leggi a tutela della libertà di stampa. Inoltre bisogna considerare anche la modalità con cui con cui vengono assegnati i punteggi: i criteri di valutazione sono squisitamente soggettivi perché RSF si affida al giudizio di alcuni selezionati contatti locali che hanno il compito di giudicare il grado di libertà nei seguenti ambiti: pluralismo, indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza, infrastrutture e abusi. Questo significa che a parità di punteggio su un dato argomento lo stesso voto non abbia lo stesso valore in Argentina e in Romania. Dal punto di vista assoluto un 3 dato in Argentina equivale ad un 3 dato in Italia, ma al punto di vista oggettivo dal momento che chi giudica potrebbe non usare lo stesso metro di giudizio ed essere influenzato da fattori locali differenti i due voti non hanno lo stesso valore.

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La mappa della classifica 2017 di Reporter sans frontieres

C’è inoltre da considerare che a giudicare il livello della libertà sono i giornalisti stessi (non è noto quali siano), quindi quando ci si lamenta della poca libertà di stampa o del fatto che siamo “in fondo alla classifica” bisognerebbe chiedere conto a chi collabora con RFS di rendere noti i suoi ragionamenti. Oltre ai fattori qualitativi ci sono anche quelli quantitativi, che sono decisamente più interessanti, si tratta dei casi di omicidio, arresto e intimidazioni ai danni dei giornalisti, ivi comprese le aggressioni e le querele per diffamazione. Quest’anno il nostro Paese ha totalizzato 26,26 punti (una differenza 2,67 punti rispetto allo scorso anno quando l’Italia aveva totalizzato uno score pari a 28,93) che ci posizionano nei primi posti della “fascia arancione” ovvero in quella che Reporter sans frontieres definisce “problematica”. Per chi ama le classifiche siamo sotto Argentina e Papua Nuova Guinea e sopra Haiti e Polonia, ma come abbiamo detto poco sopra questi confronti non hanno valore assoluto. Lo si comprende se si prende la classifica 2015 che ci vedeva al 73° posto con un global score pari a 27,94 (più alto è il punteggio peggiore è la situazione).
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Perché siamo così in basso rispetto ai nostri vicini europei? Perché – come denuncia Rsf – in Italia ci sono “ancora” sei giornalisti sotto scorta della polizia, ventiquattr’ore su ventiquattro, “perche’ minacciati di morte, dalla mafia o da gruppi fondamentalisti”. Per Reporter sans frontieres “il livello di violenza contro i giornalisti (intimidazioni verbali e fisiche, provocazioni e minacce) è allarmante, soprattutto nel momento in cui politici come Beppe Grillo, del Movimento Cinque Stelle non esitano a fare pubblicamente i nomi dei giornalisti che a loro non piacciono”.
 

Trump, Farage e Beppe Grillo: manganellatori dei media

Grillo è in buona compagnia assieme all’amico Nigel Farage (il Regno Unito è sceso di due posizioni) e a Donald Trump (gli USA passano dal 41° al 43° posto), due leader politici occidentali che come i portavoce del 5 Stelle non esitano a gettare discredito sui media per accreditarsi dinnanzi ai propri elettori come “anti-sistema”. Per Rfs Grillo è un politico che preferisce dedicarsi alla sua attività di blogger che rispondere alle noiose e fastidiose domande dei giornalisti che spesso e volentieri fanno parte della tanto odiata “casta”. La metodologia di Grillo comprende anche le famose liste di proscrizione dei giornalisti considerati nemici e la proposta di dare vita ad una “giuria popolare per le balle dei media“:

Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali. Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo. Così forse abbandoneremo il 77° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa.

Stranamente però a Grillo, che continua a fraintendere il senso della classifica della libertà di stampa, non danno fastidio le interviste apparecchiate senza contraddittorio o il fatto che i gestori della comunicazione dei parlamentari pentastellati concordino con i giornalisti le domande che possono essere poste ai portavoce. E come non ricordare l’eroico consigliere regionale M5S Davide Barillari che qualche mese fa minacciava di farla pagare ai giornalisti.

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Dal blog di Beppe Grillo

Il motivo per cui eravamo al 77° posto della classifica della libertà di stampa non è il modo con cui i giornalisti fanno il loro mestiere ma il fatto che ci siano alcuni soggetti, tra i quali anche il partito politico di Beppe Grillo, che vorrebbero impedire ai giornalisti di farlo. Ora tutti quelli che per un anno intero hanno commentato gli articoli di giornale “sgraditi” dicendo che era quello il motivo per cui eravamo così in basso nella classifica e spiegandoci che nei loro confronti era in atto una vera e propria “persecuzione giornalistica” dovrebbero quantomeno chiedere scusa. Perché la “persecuzione” era semmai quella che loro facevano nei confronti dei giornali sgraditi. Nonostante i loro piagnistei sulla qualità del giornalismo in Italia il nostro Paese ha risalito la classifica.