Opinioni

La mano invisibile della blockchain

Trovo sempre super interessante, da ingegnere pentito, imbucarmi ai convegni-showcase organizzati dai giganti della tecnologia. Prima di tutto per il brivido di sentirmi un agente della carne infiltrato segretamente fra le fila di un esercito di alieni fatti di pura luce, a spiare piani di invasione della Terra nascosti in nitidi powerpoint (loro la chiamano “modernizzazione”).

L’evento Think Roma, incastonato da IBM nel perfetto ovale dell’Acquario Romano il 24 e 25 ottobre, è stato una di tali esperienze di alto livello. La sensazione di essere uno di loro è stata più intensa che mai, corroborata da un viavai teatrale di business partner ben campionati, che nell’abbraccio di un sublime megaschermo curvo hanno raccontato le loro ricette a base di tecnologie nuove di zecca. Quelle che IBM, con sapiente retorica, ha battezzato collettivamente “tecnologie esponenziali” per farne una propria colonia culturale: intelligenza artificiale, internet of things, big data, blockchain. “Esponenziale” cattura a dovere il potenziale aperto di innovazione assolutamente sconvolgente in queste sole quattro formule, una quadruplice rivoluzione più che sufficiente a fare della nostra vita a venire qualunque cosa, compresi paradiso e inferno.

 

Nel gran bel video introduttivo che ha aperto la prima giornata di lavori, la raffinata comunicazione IBM accosta alla foto di una tenera bimba orientale questa headline: “Il 65% dei lavori che potrà trovare quando sarà grande ancora non esistono”. È uno dei temi più caldi della convention e di questo periodo storico: le “nuove competenze” adatte al futuro, un tema cui i gentili alieni dedicano molta attenzione preoccupandosi che noi sprovveduti umani potremo trovarci disadattati e disoccupati in massa domani, colti di sorpresa dalla mutazione programmata. “Dove instrado i miei figli perché siano pronti per i lavori di domani?”, reclama con veemenza Andrea Rangone, CEO di Digital360 e co-fondatore degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. Ma tradisce la sua vera origine quando importa di soppiatto nella pedagogia un termine tipico dell’ICT, “instradare”, facendomi immaginare all’istante quell’inconfessabile ideale di scolari indirizzati ai banchi come pacchetti TCP ai loro socket. Consiglio universale per gli amici umani: familiarizzare i propri figli con i computer e il coding da quando sono in fasce.

Per amore dei miei complanetari devo evidenziare le due fallacie di questa vision. La prima è l’illusione ottica che chi programma sia al sicuro dal takeover degli algoritmi sui nostri mestieri: al contrario, essendo proprio la logica l’abilità in cui le macchine eccellono, ci si può attendere che la programmazione stessa sarà fra le skill più automatizzate, fatta salva una élite di architect e designer. La seconda fallacia è la pretesa, molto diffusa nella pubblicistica hi-tech à la Wired, che il futuro sia determinato dal roll-out delle tecnologie inventate e disponibili, e quindi in un certo senso sia già segnato. Come se lo sviluppo tecnologico fosse un processo naturale e ineluttabile, al quale noi umani non possiamo fare altro che adattarci, e non invece il frutto correggibile di scelte politiche che dipendono da come si intende l’uomo e il suo ruolo nell’ambiente naturale (vedi, ad esempio, il protocollo di Montréal per l’eliminazione dei CFC). La vision di questi gentili extraterrestri, così semblables, si rifà a una metafisica molto semplice fondata su un dogma unico: per ogni problema umano c’è (o ci sarà fra poco) una soluzione tecnologica. Evgenij Morozov definisce questa metafisica “soluzionismo tecnologico”, a noi familiare come una discendente diretta del più schietto positivismo francese di Sette-Ottocento, e di quella tara mentale degli occidentali moderni che Bateson chiamava “finalità cosciente”: la presunzione di rendersi magicamente indipendenti dai processi non finalizzati della natura per metter su una versione logica e finalizzata del mondo, sfornando pasticci sempre più caotici e irrazionali. Del resto esseri capaci di dematerializzarsi in qualunque momento fanno fatica a comprendere la nostra pesantezza, il tortuoso intorbidarsi di ogni lineare intenzione di renderci migliori, e come gli umani in ultimo non abbiano essenzialmente bisogno di “soluzioni” bensì di altre cose difficili da codificare. Tuttavia gli alieni fanno del loro meglio per supplire con i loro mezzi alla mancanza di comprensione di questi sofismi, e tentano di sostituire uno per uno i processi radicati nel nostro goffo mondo fisico con dei corrispettivi eterei.

 

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A parte il banale esempio dell’intelligenza artificiale, prendiamo l’epica dell’IoT, l’internet delle cose. In sintesi il piano qui è seminare il pianeta di sensori, dai quali indefinitamente raccogliere sconfinate messi di dati. L’obiettivo è rendere il mondo fisico sempre più traducibile in numeri e quindi sempre più omogeneo alla sfera digitale, per poter controllare il primo mediante il secondo. Ma ancora più interessante è il caso della blockchain, la vera star di tutta la convention. Nonostante sia sulla bocca di tutti, questo spin-off del bizzarro sottomondo delle criptovalute è una terra ancora relativamente incontaminata e in piena sperimentazione. Di nuovo possiamo verificare come questo pubblico registro distribuito che autentica e cristallizza le transazioni sia una forma di supplenza digitale al mondo fisico. “Trust” è la parola-chiave che si ritrova più spesso associata alla blockchain, ed è anche la chiave dell’interesse vertiginosamente crescente intorno alla blockchain. Sappiamo che tutta l’economia si appoggia su fondamenta fatte di fiducia, che qualunque tipo di contratto, incluso il denaro stesso, non ha nessun valore senza la fiducia in una garanzia esterna di natura sociale. Sappiamo che il capitale sociale, a monte del capitale finanziario, è importante quanto le risorse naturali per il buon funzionamento dell’economia. Perciò i piani alieni che prevedono la trasposizione dei consorzi umani in infosfere digitali non possono fare a meno di includere in queste ultime qualche tipo di surrogato della fiducia che riesca a svolgerne le stesse funzioni anche in assenza del contatto fisico. I meccanismi di reputation che eBay e Amazon hanno portato a livello di paradigma sono stati il primo tentativo di farlo, ma oggi che sappiamo bene quanto siano falsificabili questo tipo di fiducia artificiale si sta dissipando. La blockchain arriva just in time a supplire al malaugurato deficit della reputation con un nuovo paradigma: creare sorgenti di fiducia collettiva collegando soggetti con interessi diversi in una federazione digitale di host fatti per controllarsi a vicenda. Una specie di versione tecnologica della “mano invisibile” di Adam Smith.

Nella sessione dedicata #OltreLaBlockchain IBM ne ha presentato due applicazioni concrete di respiro e interesse globale che difficilmente la politica e il diritto potranno ignorare a lungo: TradeLens, piattaforma per il tracciamento delle spedizioni via container, in collaborazione con Maersk, e Food Trust per la trasparenza e la sicurezza nella filiera di produzione e distribuzione degli alimenti, con la partecipazione della Bologna Food Law School. A seguire, due contributi decisamente orientati al sociale. Rossella De Gaetano di IBM ha spiegato come gestire il ciclo di vita dei medicinali e delle prescrizioni in una blockchain partecipata da medici, pazienti, case farmaceutiche e distributori. E Michele Cignarale di Tboxchain ha colto perfettamente nel segno dell’avvicendamento reputation → blockchain pensando proprio a correggere il problema, economicamente rilevante, delle false recensioni di attrazioni turistiche e culturali. La sua soluzione è fatta di T-box (T come Trust) hardware/software che realizzano blockchain costituite da comunità diffuse di cittadini e certificano ogni giudizio inserito verificando l’identità dell’autore, l’istante e il luogo preciso in cui viene emesso.

Come andrà a finire? “Il futuro è straordinario”, annuncia l’ultimo claim di Vodafone. Gli risponde il coro di adolescenti arrabbiati nell’ultima opera teatrale di Thomas Köck: “Il futuro non ci basta”. Questa dialettica continuerà, tutte le possibilità sono ancora aperte, non pre-determinate, e lo snodo chiave del gioco è questo: regalare agli umani potenti ausili alle decisioni sul loro pianeta, oppure esautorarli e sostituirsi a loro nelle decisioni? Abbiamo già una panoramica di questa seconda strada e dei suoi pericoli grazie a Weapons of Math Destruction di Cathy O’Neill, notevole indagine sugli scenari di applicazione sociale degli algoritmi negli Stati Uniti. Dal licenziamento di insegnanti in base alle prestazioni degli studenti all’affidabilità lavorativa calcolata in base al credit record, dai turni lavorativi dispacciati in tempo reale alla probabilità di recidività dei galeotti calcolata in base a parametri topodemografici, sono già tantissimi gli esempi di devastazione sistematica operata dall’impiego di algoritmi che decidono i destini umani come oracoli, senza alcuna trasparenza né cicli di feedback migliorativo. L’immagine dei fanciulli “instradati”, evocata da Rangone, si prolunga logicamente nell’ideale di persone indirizzate ai task più adatti a loro da procedure autonome di ottimizzazione, in una società governata da project manager in una gigantesca Gantt chart. Visione più aliena che umana, non c’è che dire.

Quello che alla fine ha mietuto gli applausi più sinceri dalla platea, oltre Cignarale e le sue comunità 3.0, è stato un ragazzo dall’aria rinascimentale a capo dell’innovazione nella start-up fiorentina Kinoa, Tommaso Rossi, che con semplicità e genuina passione ha presentato i loro due progetti: un navigatore per disabili che raccoglie dati a partire dagli utenti stessi, e un mini-incubatore per idee giovanissime, tra i 15 e i 25 anni, con tanto di moneta locale (un Fiorino!), dinamica di gioco, e sperimentazione pratica della blockchain. Ci sono ottimi motivi per cui i progetti sociali sono quelli che inevitabilmente entusiasmano di più noi umani e dànno a giornate come Think Roma quel quid di senso in più che ci è necessario. Chissà se i nostri gentili amici alieni se ne faranno una ragione.

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Stefano Diana

Stefano Diana è nato a Roma nel 1969, usa soprattutto le lettere ma ha una formazione accademica da ingegnere informatico. Secondo i casi è o è stato copywriter, direttore creativo, autore di testi per canzoni, scrittore, musicista, grafico, progettista di interfacce utente, marketing strategist, docente di comunicazione, epistemologo, critico della cultura contemporanea