Economia

Quella strana speculazione in Borsa sulle Popolari

Qualcuno troppo bene informato ci ha guadagnato con l’annuncio della riforma delle banche popolari? Il sospetto gira negli uffici della Consob e una pista, scrive oggi Mario Gerevini sul Corriere della Sera, porta dritta fino a Londra. E l’ipotesi è di quelle bomba: insider trading. Ovvero il reato di compra o vende titoli di una determinata società in base a informazioni riservate di cui si è venuti a conoscenza grazie alla propria posizione o alla propria attività professionale. Ovvero, tanto per fare un esempio: è come se qualcuno che era vicino al dossier della riforma promosso dal governo Renzi abbia deciso di acquistare nella fase di preparazione della riforma e poi vendere quando i titoli sono cresciuti.
 
UNA SPECULAZIONE SULLE BANCHE POPOLARI?
E infatti il Corriere della Sera parla di acquisti consistenti prima del varo della riforma che ha abolito il voto capitario:

Si sa però, sulla base di convergenti fonti di mercato,che alcuni soggetti con base a Londra avrebbero creato posizioni anche rilevanti in azioni delle banche popolari nei giorni e nelle ore precedenti le prime circostanziate indiscrezioni (quindi prima delle 17.30 di venerdì 16 gennaio) sul decreto di riforma che abolisce il voto capitario nelle Popolari, ossia il principio di «una testa un voto» per cui tutti i soci sono uguali a prescindere dalle azioni possedute. Considerando l’effetto dirompente che la notizia ha avuto sul mercato a partire da lunedì 19 gennaio, con rialzi a due cifre di tutte le banche coinvolte, è evidente quanto siano stati abili gli «accumulatori» di pacchetti. A fine settimana, nonostante le prese di profitto di ieri, il Banco Popolare, per esempio, registra un balzo del 21%, Ubi del 15%, la Popolare Emilia del 24% e Banca Popolare di Milano del 21%. E non sono titoli sottili che si muovono con un paio di ordini fuori prezzo. Ma lo scatto più spettacolare è quello della Popolare Etruria e Lazio di cui è vicepresidente Pier Luigi Boschi, il padre del ministro per le Riforme Maria Elena Boschi: +65%. È plausibile, dunque,che quelle posizioni «londinesi» siano state prontamente smontate con i titoli scaricati sul mercato approfittando da una parte dei rialzi e dall’altra degli enormi volumi di scambio che garantiscono maggior copertura.

Insomma, a prima vista un delitto perfetto. Il decreto «investment compact» introduce l’obbligo per le 10 maggiori banche popolari di trasformarsi in società per azioni entro 18 mesi. Oggi la forma giuridica delle Popolari è la cooperativa in cui vale un voto per ogni socio. La trasformazione in società per azioni è prevista al momento per 10 banche popolari i cui attivi superano gli 8 miliardi di euro. Per le altre la trasformazione in spa sarà obbligatoria, entro 12 mesi ,nel caso in cui gli attivi dovessero superare il tetto di 8 miliardi. Le sette banche popolari quotate diventano, o meglio diventeranno, appetite e contendibili entro un anno e mezzo, e quindi ci si aspetta un risiko o delle fusioni difensive, oppure ancora l’acquisto di pacchetti azionari di istituti di credito in difficoltà (come il Monte dei Paschi di Siena). Gli elementi per una enorme crescita in Borsa ci sono tutti.

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La performance delle banche popolari a Piazza Affari ieri (Corriere della Sera, 20 gennaio 2015)

CACCIA AL LADRO
A questo punto però ci vuole anche un colpevole. Il Corriere però dice che «secondo una delle fonti interpellate, alcune posizioni in carico a intermediari londinesi non erano effetto di precedenti operazioni di trading sul mercato ma un accumulo di portafoglio dei clienti». Ovvero, gli acquisti erano stati fatti in tempi ancora precedenti rispetto a quelli che vengono indicati, e si sarebbe semplicemente approfittato della circostanza del decreto per alleggerire il carico di azioni delle banche e guadagnarci. Non è insider trading questo. Il rally a Piazza Affari comincia mercoledì 14 gennaio. Il 16, venerdì, a borse chiuse, arriva l’annuncio del governo: «Prepariamo la riforma». Il provvedimento entra il 20 gennaio nel decreto battezzato «Investment compact».
 

Provvedimento che era originariamente contenuto nel disegno di legge Concorrenza, in fase di messa punto al ministero per lo Sviluppo economico,e dunque destinato a seguire il normale, e lungo, iter parlamentare. Il premier Matteo Renzi ha però giocato a sorpresa d’anticipo prelevando un articolo del ddl, sull’abolizione del voto capitario, per trasferirlo nel decreto Investment compact,in cui ha preso la forma di un lungo articolato.

E qui è lecito farsi delle domande:

Prima delle 18 di venerdì chi e quanti ne erano a conoscenza? Come si è sviluppato l’itertecnico che ha portato al varo di quel testo? Il contenuto era altamente price sensitive con l’addio al voto capitario e l’obbligo di trasformazione in società per azioni.  Per quante mani è passato il testo? Raramente un provvedimento legislativo ha avuto un impatto così immediato e violento su una parte del listino. E mentre la norma prendeva forma, a Londra qualcuno preparava le munizioni per la grande speculazione. Si vedrà se c’è un nesso.

Un’altra domanda lecita è: come ci si arriva dalla presidenza del Consiglio fino a Londra? Di strade aperte se ne possono immaginare tante. Alla Consob l’ardua sentenza.

Leggi sull’argomento: Cosa ha fatto Renzi alle banche popolari