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Andrea Orlando e la seconda scissione del PD

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Una seconda scissione in pochi mesi. Con Andrea Orlando, candidato alle primarie che hanno incoronato di nuovo Matteo Renzi, in pole position. Se ne parla oggi sui giornali che dipingono un ministro della Giustizia pronto a seguire i 34 parlamentari che hanno lasciato il Partito Democratico per aderire ad Articolo 1 – MDP qualche mese fa.

Andrea Orlando e la seconda scissione del PD

Galeotta, in questo caso, è la fotografia che ritrae l’ex premier Romano Prodi e il leader della formazione alla sinistra del PD Giuliano Pisapia insieme proprio a Orlando in un colloquio a Bologna al termine della presentazione del libro di Andrea Boitani “Sette luoghi comuni sull’economia”.

«Sono venuto a fare un saluto, a prendere mia moglie Flavia», presente tra il pubblico, ha scherzato il professore che allontana ancora un po’ la sua “tenda” dal Pd e compensa l’assenza in piazza Santi Apostoli a Roma il primo luglio per il battesimo della “creatura” di Pisapia e degli ex Pd di Mdp.
In quell’occasione Orlando era presente e oggi il Guardasigilli dice di Prodi che «rappresenta il centrosinistra: è una figura di riferimento per chi ha vissuto la costruzione dell’Ulivo. Il passato ha luci e ombre e Prodi è tra le luci con la sua vittoria del 1996». I tre, ieri a Bologna, almeno in pubblico, non commentano le frasi di Renzi, mattatore della giornata con il lancio di “Avanti”. (La Repubblica, Mauro Favale)

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La foto di Andrea Orlando con Pisapia e Prodi (La Repubblica, 13 luglio 2017)

Ma è il Corriere della Sera ad affondare il dito nella piaga. E a raccontare che il leader della corrente degli orlandiani oggi è tentato dall’idea di un nuovo partito. Ma l’abbandono di altri parlamentari metterebbe molto più a rischio un governo come quello di Gentiloni.

L’ombra della seconda scissione

Secondo Massimo Franco nella cerchia renziana la prospettiva della scissione è vista come una liberazione dagli oppositori interni. Oggi che non c’è più Bersani il nemico più temibile è diventato proprio Orlando, del quale immaginano un’uscita a breve, entro settembre. Anche se lui ha sempre smentito di avere l’intenzione di andarsene e di mollare il partito che l’ha visto nascere e crescere come politico, prima da Giovane Turco e poi nella sua corrente dopo l’appoggio dei GT a Renzi.

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I sondaggi e il Partito Democratico (Corriere della Sera, 13 luglio 2017)

Orlando ripete che sta lavorando a un dialogo con la formazione nascente dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia in vista delle elezioni politiche. Ma dall’altra parte c’è il timore e il sospetto che nei congressi provinciali si prepari un blitz dei renziani, con la sostituzione dei “nemici” entro l’estate.

La guerra interna che si sta combattendo a livello locale, dall’Emilia Romagna alla Calabria, viene considerata una controprova della resa dei conti in incubazione. Forse si tratta di paure esagerate, sebbene le reazioni alle critiche di personaggi della maggioranza come il ministro Dario Franceschini siano state dure, perfino ruvide. La domanda è se sia frutto degli spigoli caratteriali di Renzi, di una strategia che non esclude un secondo trauma, o di entrambi.
In questo caso la prospettiva, a sentire gli avversari, sarebbe di un segretario tentato a fine estate di archiviare il Pd per lanciare in modo esplicito il proprio partito. Una forza agile, fedele, magari intorno al 15-20 per cento ma in grado di far valere il proprio peso nelle trattative per il governo, in un Parlamento senza maggioranze.

Una prospettiva del genere va contro soprattutto la storia visto che l’ultimo che voleva essere l’ago della bilancia ha fatto una brutta fine. E che soprattutto sarebbe messa a rischio da un cambiamento in senso maggioritario della legge elettorale, che potrebbe arrivare in questa o più probabilmente nella prossima legislatura. Dall’altra parte la scissione potrebbe invece essere fomentata dalla regola delle tre legislature che Renzi si è messo in testa di far valere. L’uscita di Orlando, ipotizza il Corriere, potrebbe portare con sé anche quella di Franceschini. E lì il partito sarebbe tutto di Renzi. Il suo tesssoro.