Opinioni

AI: l’ottimismo dell’ “Intelligence”, il pessimismo dell’ “Artificial”

L’intelligenza artificiale (semplicemente, “AI”) prima di entrare nel nostro linguaggio quotidiano è già entrata nella nostra realtà quotidiana dalla porta principale, lasciata aperta, graziosamente e gratuitamente, dal nostro “buonismo”: abbiamo scambiato per il classico piatto di lenticchie la chiave del nostro cuore. Come? Quando? Perché? Seguiteci in questo rapido viaggio, che dividiamo in 4 tappe.

La prima tappa è la più semplice; grazie alla mole di dati ed informazioni che noi utenti lasciamo come tracce ben visibili sui “social media” e sui motori di ricerca ogni volta che “navighiamo”, attraverso dei sistemi di elaborazione relativamente semplici (degli algoritmi, in termini matematici) i motori di ricerca ed i “social media” ci “lanciano dei messaggi personalizzati” basati sulle nostre preferenze (riconoscibili da foto, messaggi, “like”,…): questa massa di informazioni produce una fotografia dettagliata della nostra personalità, delle nostre abitudini, dei nostri desideri … il tutto consente ai motori di ricerca ed ai “social media” (e.g., Amazon, Google, Facebook …) di definire il nostro profilo inviandoci dei “messaggi mirati”, che sembrano anticipare i nostri desideri (una volta nascosti, oggi ben visibili a chi sa vederli) ma sono il frutto dell’oscuro, ma proficuo, lavoro degli algoritmi.

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La seconda tappa è, diremmo, automatica: usare questi dati a fini commerciali e di business.  Gli addetti ai lavori lo chiamano “business AI”: utilizzare i dati e le informazioni già presenti in vari database per fornire indicazioni “raffinate”; le banche fanno prestiti e gestiscono pagamenti ed incassi; gli ospedali archiviano diagnosi, esami, radiografie; le agenzie di recupero crediti tengono traccia delle scadenze dei pagamenti; mentre la mente umana “prevede” sulla base di (pochi) meccanismi causa-effetto noti (“segnali forti”), gli algoritmi dell’ AI processano migliaia di variabili con scarsa correlazione (“segnali deboli”) che possono, una volta “digeriti dall’algoritmo”, essere indici più significativi di un certo evento. Si supera una logica lineare causa-effetto per entrare in terreno dove le correlazioni deboli, nascoste, sinora non considerate, una volta “sistematizzate”, portano a risultati migliori; applicando questa metodologia a settori diversi come quelli bancario, assicurativo, legale, medico … si possono ottimizzare le percentuali di perdita sui crediti, i premi assicurativi, i casi di recidiva in ambito legale, le probabilità di avere una migliore diagnosi medica. La macchina può dare risultati migliori di quelli forniti dagli esperti. Un esempio eclatante si ha nel campo del “micro-credito”, dove la possibilità di utilizzare la “business AI” ha già portato benefici sino a ieri non immaginabili.

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Ma siamo solo alla seconda tappa; altre ci attendono. Tenetevi forte: la terza tappa ci porta alla “Perception AI”. Immaginate di muovervi fra gli scaffali di un supermercato, osservando i prodotti che fanno di solito parte della vostra lista della spesa; il vostro smartphone ha una nuova applicazione (una “VA” o “virtual assistant” card), ed avendo “caricato” i vostri dati, la card, rigorosamente vocale…, vi ricorda quale vino preferisce il vostro partner nel caso ne aveste finito la scorta od in previsione della cenetta di domani per festeggiare la vostra ricorrenza, che avete finito le bustine di zafferano per farci il risotto alla milanese stasera, e così via. AI è diventata un “upgrade” dei vostri occhi e dei vostri sensi, mischiando il mondo digitale con quello fisico. Siamo circondati di sensori, ed a qualcosa dovranno ben servire … a farci entrare in una nuova dimensione, per la cui realizzazione imprese (principalmente in USA e Cina …) investono somme enormi per rendere possibile quella che in gergo viene chiamata “OMO”: online-merge-offline. E non stiamo parlando di domani: un ristorante della catena KFC, in Cina, ha già avviato un progetto con una filiale di Alibaba per sperimentare il “pay-with-your-face”: nessuna moneta o carta di credito, basterà “guardarsi negli occhi” che basta ed avanza per pagare e potrete mangiare il vostro panino di pollo preferito.

Ma la prossima tappa (entusiasmante per molti; per altri terrificante; al momento comunque ancora poco prevedibile nei suoi sviluppi) ci porterà alla “Autonomous AI”: integrando quanto descritto nelle precedenti tappe, si potranno dotare le macchine di abilità autonome mettendole in grado di rispondere alle condizioni del mondo intorno ad esse, migliorando produttività, efficienza, efficacia del lavoro. Oggi le macchine possono essere (spesso lo sono) superiori all’uomo in ambienti sia strutturati (le fabbriche) che non strutturati; macchine dotate di poteri di vedere, sentire, toccare ed ottimizzare dati ed informazioni faranno entrare il mondo in un nuovo paradigma. Un drone potrà selezionare in modo autonomo la quantità di fertilizzante da spargere sui campi, un altro, resistente alle fiamme, potrà tempestivamente ed efficacemente spegnere il fuoco scoppiato in una foresta, mezzi di trasporto auto-diretti potranno muoversi con destrezza nel traffico cittadino. Se inizialmente queste nuove macchine sostituiranno i “classici” robot, in futuro avranno caratteristiche tali da “re-inventare” l’industria in modo sostanziale. Dinanzi a questo scenario si scontrano le opposte posizioni degli “ottimisti dell’Intelligence” che vedono aprirsi opportunità, e dei “pessimisti dell’Artificial” che temono di soccombere alla macchina; fra quanti vedono aprirsi opportunità di nuovi lavori a maggior contenuto tecnico ed “intelligente” e quanti temono la perdita di lavoro per chi lo ha, oggi; comune è la considerazione che AI e lo sviluppo delle macchine hanno il potenziale di migliorare la produttività dell’intera economia, rendendo potenzialmente tutti più ricchi; ma i pessimisti aggiungono “solo se il processo è ben gestito”.

Appena avviato, ma sarà crescente, è il tema della protezione e dell’uso dei dati personali da parte dei giganti del web, un aspetto reso attuale dalle recenti vicende che hanno toccato Facebook ed in modo minore Google e Twitter; una domanda ancora priva di risposta è: ma che cosa stanno facendo le autorità di controllo per proteggere i dati delle persone? Viene prima la protezione dell’individuo, la sua sfera personale, od il “progresso”, qualunque cosa questo voglia dire e portare? È prevalente il diritto del consumatore ad avere prodotti e servizi migliori, a costi inferiori, forniti da una ampia concorrenza, o prevale la protezione delle fasce più deboli che spesso non hanno la percezione di che cosa viene loro offerto ed a quale costo (in particolare, facendo leva sulla conoscenza, da parte di chi offre, di dati sensibili del consumatore)? Il futuro potrà essere migliore se di pari passo si fisseranno delle regole di comportamento? … domande che sono dubbi; e la vecchia cara intelligenza sviluppata in millenni di vita “materiale” si trova impreparata a rispondere alla lezione di domani.

(Foto di copertina da Il Sole 24 ore)

 

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Adso da Melk

Adso da Melk è uno psudonimo: il personaggio a cui si riferisce è il coprotagonista del romanzo di Umberto Eco "Il nome della rosa". La sua figura, come ricorda il libro stesso, è correlata a quella del monaco effettivamente esistito Adso da Montier-en-Der