Politica

I 231mila contagiati sfuggiti a Milano

Lo studio del Sacco e del’università di Milano: alla data dell’8 aprile ben il 7% del campione è risultato sieropositivo. Il che apre uno squarcio nell’indeterminato mondo dei sommersi

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Uno studio di 16 ricercatori divisi dell’ospedale Sacco, dell’Università Statale e del Policlinico di Milano tra cui spicca il nome del professor Massimo Galli dice che il Coronavirus SARS-COV-2 è comparso a Milano nella prima metà di dicembre e che 231mila casi non sono mai stati diagnosticati, contribuendo così allo scoppio dell’epidemia sul territorio lombardo. Dello studio parla oggi Davide Milosa sul Fatto Quotidiano e si basa sull’analisi sierologica del sangue di 789 donatori dell’area di cui il 60% risiede in città.

Il sangue è stato prelevato dalla banca del Policlinico dove ogni anno vengono raccolti circa 40 mila campioni. Naturalmente essendo donatori si tratta di persone sane e certificate. Senza patologie generali e senza sintomi Covid o simil Covid. I campioni di sangue vanno dal 24 febbraio (tre giorni dopo la scoperta del paziente 1) all’8 aprile. Tutti sono stati analizzati “mediante un test immunologico a flusso laterale” attraverso il “metodo Elisa”, il più affidabile in assoluto e con una percentuale di errore sotto l’l%.

Il primo dato che impressiona è il numero di questi individui sani ma positivi agli anticorpi (IgM e IgG) contro il virus. Alla data dell’8 aprile ben il 7% del campione è risultato sieropositivo. Il che apre uno squarcio nell’indeterminato mondo dei sommersi. Si legge nello studio: “A livello della provincia di Milano, queste stime corrisponderebbero all’8 aprile a 231.460 casi non diagnosticati, il che significa che solo uno su 20 è stato diagnosticato dal ministero della Salute”. La cifra, si legge nello studio, ben si accorda al dato nazionale che indica nel 9,8% (poco meno di 6 milioni) la popolazione contagiata dal virus. Insomma, un altro mondo se solo si pensa che i dati ufficiali della Regione Lombardia comunicati la sera dell’8 aprile parlavano d i 12.039 contagi totali.

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Se questa è la fotografia di quella giornata, ancora più interessante l’istantanea che emerge dall’analisi dei primi giorni dell’emergenza. A partire dal 24 febbraio al primo marzo, del totale dei donatori analizzati, il 4,6% ha mostrato di essere positivo ai due tipi di anticorpi. Il dato comprende sia IgM che IgG. “Questi numeri – si legge nel report – indicano che l’infezione si stava diffondendo nella popolazione prima” che si verificasse “il rapido aumento dei casi gravi di Covid-19”. Il che conferma la corsa del virus a partire almeno dal 26 gennaio come ha spiegato lo studio del professor Galli sulle sequenze complete di SarsCov2. La percentuale del 4,6% applicata in modo proporzionale alla popolazione dell’area metropolitana (3,2 milioni di abitanti) indica che nell’ultima settimana di febbraio nel Milanese i positivi potevano essere circa 150 mila. Che fine hanno fatto oggi?

La domanda resta senza risposta. E, nell’ipotesi di nuovi focolai, questo diventa ancora più inquietante. Tanto più che ieri in Lombardia i casi sono risaliti: 462 in più con il 50% tra Milano e Bergamo. I campioni analizzati nello studio stanno, come età, in una forbice tra i 18 e i 70 anni. Ma è nelle fasce più giovani che si concentra quel 4,6% dei primi giorni di epidemia. “L’impatto divergente dell’età sulle tendenze della sieroprevalenza – si legge – è coerente con la possibilità che prima delle restrizioni la diffusionedi SarsCov2 fosse maggiormente presente negli individui più giovani, mentre dopo la chiusura di scuole e università la diffusione sia stata supportata da contatti tra soggetti più anziani”.

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