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Vega 15: il razzo italiano disperso nell’oceano

vega 15

Lo scorso 11 luglio Vega 15 è partito dal poligono francese della Guyana. I precedenti quattordici lanci si sono svolti con una precisione consolidata: i satelliti sono stati sempre depositati in orbita senza errori. Quella notte invece qualcosa va storto, in maniera inspiegabile. Dopo l’accensione del secondo stadio — chiamato in codice Zefiro 23 — il vettore perde velocità e devia dalla traiettoria stabilita, fino a precipitare nell’Oceano. E, spiega Gianluca Di Feo su Repubblica, c’è qualcosa che non va:

Vega è un progetto della Avio Spa di Colleferro, che lo costruisce assieme a diverse aziende europee, e viene considerato la punta di lancia della nostra industria spaziale. Pesante 137 tonnellate, alto trenta metri, ha caratteristiche che lo rendono senza rivali nel mercato oggi più richiesto: il lancio di satelliti medio-piccoli da osservazione, telecomunicazione e geolocalizzazione tipo gps in orbite basse. La prima missione operativa risale al 2012 ed oggi è pronto il prototipo di una versione potenziata: insomma, è considerato un sistema altamente affidabile, che non aveva mai manifestato problemi.

vega 15 razzo italiano
Vega 15: il razzo italiano (La Repubblica, 25 agosto 2019)

Cosa sia accaduto nel cielo della Guyana lo accerterà una commissione d’inchiesta. È stata creata dall’ente spaziale europeo, con rappresentanti di quello francese e italiano e dell’azienda costruttrice. Ma Parigi ha voluto che all’indagine partecipasse anche la sua Dga, la Direzione generale degli arma
menti, e Roma a quel punto ha inviato un ispettore del ministero della Difesa:

Basterebbe la presenza dei due delegati militari a testimoniare la delicatezza del caso. Ma a Palazzo Chigi i dubbi sull’incidente sono arrivati poche ore dopo lo schianto, determinando la mobilitazione della nostra intelligence per un’istruttoria altamente riservata. La parola che tutti sussurrano e nessuno mette nero su bianco è una sola: sabotaggio.

Nel mirino non ci sarebbe il razzo italiano, ma il carico che stava trasportando: Falcon Eye, il primo satellite spia degli Emirati Arabi. Un apparato potentissimo, venduto dalla Francia per una cifra superiore a mezzo miliardo di euro, che avrebbe permesso ai generali emiratini di individuare qualsiasi oggetto con altissima precisione: i suoi visori ottici possono fotografare un’area di venti chilometri con una definizione di settanta centimetri. Insomma, uno strumento strategico per le crescenti ambizioni militari degli Emirati, che gli permetterebbe di condurre ricognizioni senza limiti e senza confini.

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