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La storia di Theresa May che vuole chiudere le frontiere con l'Europa a metà marzo

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Il governo britannico ha scelto di perseguire la strada dell’hard Brexit, ovvero dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea senza alcuna possibilità di accordo con la UE. Il motivo è abbastanza semplice: qualsiasi forma di accordo con l’Unione avrebbe richiesto che Londra accettasse il rispetto delle quattro libertà fondamentali della UE, cosa che Theresa May non può fare perché è proprio contro queste che si sono battuti i sostenitori del Leave al referendum del 23 giugno 2016.

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Alla ricerca dell’accordo più conveniente, si scopre che forse rimanere nell’UE conviene davvero

La fine della libertà di circolazione in Regno Unito

Che la battaglia sarebbe stata combattuta sulla pelle dei nostri concittadini europei si sapeva fin da prima che i britannici andassero al voto. Già nel 2015 quando il Primo Ministro era David Cameron e la May era ministro dell’Interno il Regno Unito chiedeva la revisione degli accordi di Schengen per bloccare i “turisti del welfare” provenienti dal Continente (si è poi visto che i veri turisti del welfare sono i pensionati britannici che svernano nei paesi europei). Dopo la Brexit i toni si sono ulteriormente alzati e c’è chi ha detto di voler utilizzare i lavoratori comunitari residenti in Inghilterra come merce di scambio per poter ottenere concessioni economiche e garantire i diritti dei cittadini britannici che vivono nel Vecchio Continente. Il problema del Governo inglese è che l’hard Brexit non mette il Paese in una posizione di forza dalla quale iniziare a trattare con la UE. Questo per il semplice motivo che qualsiasi proposta europea è considerata a priori irricevibile e quindi per la delegazione europea ci sarà ben poco sui cui trattare. Ed è questo il motivo per cui Theresa May avrebbe in mente – secondo quanto riporta il Telegraph – di accelerare i tempi e vare una misura in base alla quale già da marzo i cittadini europei non avranno più diritto ad entrare in maniera permanente nel Regno Unito. Questo non significa che i turisti provenienti dalla UE dovranno avere il passaporto (almeno per ora) ma che non sarà più possibile trasferirsi in Inghilterra per lavorare. Il Governo avrebbe impresso quindi un’accelerazione alla chiusura delle frontiere che tutti si aspettavano sarebbe avvenuta dopo la conclusione delle procedure di attivazione dell’articolo 50 del trattato di Lisbona e l’uscita definitiva del Regno Unito dall’Unione quindi nel 2019. La misura non riguarderà nemmeno i tre milioni di cittadini comunitari già presenti nel Paese per motivi di lavoro o di studio i cui diritti verranno tutelati fino a che la UE farà altrettanto con il milione e duecentomila cittadini britannici residenti in Europa. Questa però è una delle poche carte rimaste da giocare in mano alla May e per quanto sia doloroso per coloro che intendono andare a cercare lavoro in Regno Unito prima o poi sarebbe dovuto accadere. Il Governo britannico da parte sua sostiene che se avesse accettato di aspettare il 2019 si sarebbe trovato invaso dai cittadini dell’Europa dell’Est e ha anche valutato la possibilità di retrodatare la cosiddetta “cut-off date” alla data della consultazione referendaria. La ministro dell’interno Amber Rudd, ha dichiarato che l’uscita dell’UK dalla UE sarà la fine della libertà di movimento come la conosciamo. Fonti di Downing Street si sono però affrettate a precisare che non verrà decisa alcuna data limite prima della fine delle trattative sulla Brexit, smentendo le indiscrezioni del Telegraph.

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L’andamento del cambio Sterlina/Euro negli ultimi giorni (fonte XE.com)

Il problema scozzese di Theresa May

Ad ogni modo non è chiaro però che status avranno i nuovi migranti europei, quanto durerà il visto temporaneo che dovranno richiedere per poter abitare nel Paese e se – a fronte del pagamento delle tasse – avranno o meno accesso ai benefici assistenziali garantiti ai cittadini britannici. Insomma la situazione è quanto mai incerta e caotica La fine della libertà di movimento significa che Londra ora ha un piccolo vantaggio dal punto di vista negoziale con gli uomini di Bruxelles incaricati delle trattative. Vantaggio che però potrebbe azzerarsi presto non appena la UE deciderà che il rifiuto di applicare una delle libertà fondamentali comporta automaticamente la cessazione delle altre. Anche se su questo aspetto i governi europei devono ancora discutere come gestire l’uscita del Regno Unito è indubbio che la UE potrebbe giocare la carta di revocare il passaporto ad operare sul Continente per la City di Londra oppure imporre dei dazi sulle merci e i prodotti finanziari britannici che sarebbero meno competitivi sul mercato europeo. Naturalmente dall’altra parte Londra farà lo stesso e la Brexit sicuramente danneggerà anche la UE che se non altro si troverà ad essere più debole sullo scenario politico internazionale ma al momento la Commissione Europea ha rifiutato di andare al muro contro muro con Theresa May. Il punto è che si tratta di una situazione senza precedenti e quindi nessuno sa bene come si dovrà agire. L’Articolo 50 prevede solo che il paese che decide di uscire ha due anni di tempo per farlo. Forse alcuni ministri di Londra pensano che è inutile rimandare l’ineluttabile oppure sperano di prendere in contropiede la UE che – per la sua natura politica – è costretta a muoversi più lentamente e che per ora si è limitata a sostenere l’iniziativa irlandese di non chiudere la frontiera con l’Irlanda del Nord per la creazione di una virtuale Irlanda unita. Nel frattempo l’ex Primo Ministro conservatore John Major ha lanciato un duro attacco nei confronti della May invitando il governo britannico a fare meno retorica spicciola e a concentrarsi sulle trattative in modo da giungere ad un “buon accordo” sulla Brexit. Sempre sul fronte interno gli analisti politici ritengono che domani la Camera dei Lord potrebbe votare a favore di alcuni emendamenti contro l’attivazione dell’Articolo 50 a marzo. Ad influire invece sul cambio Euro/Strerlina è stato invece l’annuncio della Premier scozzese Nicola Sturgeon che l’attuale linea del governo sulla Brexit potrebbe spingere la Scozia ad indire un secondo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito.