Opinioni

The Italian Lockdown – Cronache da un Paese in Quarantena: 24. La Fase 2

I pensieri corrono verso un futuro tutto da scrivere. Indecifrabile. La fase 2. La Festa del Redentore. La peste. Alberto sempre più lontano.

Giovedì, 9 aprile 2020.

Ho ricevuto la mail dall’Inps con un numero identificativo. Nessuna informazione su quando i soldi verranno elargiti. Che poi, 600 euro sono una miseria e io non ho idea di quando potrò mai riaprire il pub. Con la mia socia, abbiamo deciso di non pagare più l’affitto. Il proprietario dello stabile ha capito e pare che ci voglia venire incontro. Chissà per quanto, ancora.

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Sui giornali, leggo di Fase 2. Riapriranno alcune aziende forse, ma per chi lavora nel settore della ristorazione, la luce in fondo al tunnel non si vede proprio. Chissà quando la gente potrà tornare nei ristoranti o nei bar. Dovrebbe scomparire il virus. E come? La speranza che possa svanire con l’arrivo della bella stagione sta diventando sempre più vana. Si sta spandendo in Paesi caldi, dalla Louisiana al Brasile, non fa differenza di latitudine. In Ecuador, la gente muore per strada.

Mai come ora mi sento perduta. Con la netta sensazione che la vita, così come l’avevo conosciuta, non tornerà più. Oppure chissà quando. E cosa saremo diventati, quel giorno?

Sono salita sulla statua di Antonio Allegri, per sfuggire ai vigili urbani, solo un paio di settimane fa. Oggi, già lo so che non ci riuscirei. E’ un esempio, stupido forse, ma indicativo. E non è una questione di forza o agilità perduta. E’ una questione di motivazione.

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Spesso, leggo che questa è come una guerra. Stronzate. In guerra si combatte, ci si muove, ci si organizza, non avrei problemi a praticarla, anche a rischio di pigliarmi una pallottola in fronte.
Qui no. Qui si ammuffisce e basta, senza più incontri, senza più scambi, senza più nulla da condividere. A parte le telefonate, o i social, che mi vengono sempre più a noia.

Con mamma è scattata la tregua. Ogni tanto cucina lei, ogni tanto io, a patto che non mi dica più nulla su come devo fare cosa. E’ una vita che vivo per i fatti miei, se sono venuta qui è stato giusto per aiutarla, a non essere sola.
La casa è piccola, però. E non è per niente facile. Per fortuna, c’è la sua pensione e almeno dal punto di vista economico abbiamo di che tirare avanti.

Che strazio.

Alberto non è più passato a trovarmi. Dice che lavorando in ospedale non è sicuro. Potrebbe essere asintomatico. Gli ho chiesto se è andato a farsi un tampone al drive-in che hanno installato proprio a Guastalla.
Lo ha fatto. E’ risultato negativo. Ma lui in ospedale deve andarci tutti i giorni e non può certo farsi un tampone al giorno. Ieri ha avuto qualche linea di febbre, poi è passata.
Sarà stato lo stress, la stanchezza, ho detto io.
“Probabile” mi ha risposto. Ma anche così, non se la sente di venirmi a trovare. E poi, me lo ha confessato, avrebbe voglia di stringermi, di abbracciarmi, di fare all’amore con me. Non se la sente.
Ed è proprio questa la cosa che più mi fa paura. Che futuro ci attende? Un mondo dove ci si evita, quando si passeggia per strada, dove non ci si abbraccerà mai più e anche un semplice bacio furtivo sarà a rischio.

Mi sforzo di essere razionale. Non potrà essere così, per sempre. Ci sono state altre pandemie in passato, quando le condizioni di vita erano assai più disperate di oggi, e poi tutto è ripreso. Forse siamo noi a sbagliare, nel senso che eravamo abituati ad avere le cose sotto controllo e vorremmo delle risposte che nessuno può dare. Finirà chissà quando, non ci è dato sapere.

Ricordo che a Venezia si festeggia ancora la Festa del Redentore, in ricordo della fine della peste avvenuta nel ‘500. Si celebra a luglio, quando di solito fa un caldo da schiattare. Avevo un’amica veneziana che mi ci ha portato e tutti sono in barca e si ammassano lungo il canale della Giudecca.

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Vado a controllare su wikipedia e scopro che la peste durò per ben due anni e uccise un terzo della popolazione. Poi, il flagello scomparve.
Due anni.

Mi fisso questa informazione in testa. Nel 2022, magari, potrò tornare a vivere in modo normale. Il pub sarà irrimediabilmente chiuso. Non avremo certo i soldi per pagare gli affitti arretrati. Cercheremo di vendere quel che ci resta dentro e poi saluterò Sonia, la mia socia, ed ognuno per la sua strada.

Chissà se Alberto ci sarà ancora, per quella data.