Economia

Tassi d'interesse: l'arma spuntata delle banche centrali

La Banca del Giappone (Boj) ha deciso di lasciare il costo del denaro invariato, in territorio negativo, al meno 0,1%, e ha comunicato che continuerà ad espandere la propria base monetaria fino al raggiungimento dell’obiettivo di un’inflazione al 2%. La finalità dell’istituto centrale, guidato dal governatore Haruhiko Kuroda, è sollecitare le banche e le istituzioni finanziarie a concedere più prestiti alla clientela, evitando di parcheggiare un’eccessiva liquidità nei forzieri della Boj, stimolando i consumi; e un ritorno dell’inflazione vicino all’obiettivo del 2% previsto inizialmente entro la fine dell’anno fiscale 2017 e successivamente posticipato. Dalla Federal Reserve, invece, i mercati non si aspettano nuove mosse oggi. L’America – a differenza di Europa e Giappone – è l’unica economia alla quale sarebbe logico applicare un rialzo dei tassi d’interesse.

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I tassi d’interesse tra Europa, Stati Uniti e Giappone (La Repubblica, 21 settembre 2016=

Ma il problema è che i tassi d’interesse stanno diventando un’arma sempre più spuntata per le banche centrali. Spiega oggi Ferdinando Giugliano su Repubblica:

La Banca Centrale Europea ha davanti i primi segnali di un rallentamento dell’economia, ma è per ora troppo divisa per espandere il suo programma di Quantitative easing. La Banca del Giappone e soprattutto il suo governatore Haruhiko Kuroda, saprebbero anche cosa fare, ovvero continuare con le politiche espansive avviate nel 2013. Ma l’efficacia di queste misure è stata messa in dubbio dagli effetti assai limitati avuti sul tasso d’inflazione. La Federal Reserve non ha idea di cosa fare, se proseguire sul cammino di rialzo dei tassi avviato dieci mesi fa, oppure restare ferma vista la fragilità della ripresa. La Banca d’Inghilterra è invece convinta di quello che andrebbe fatto, ovvero aumentare lo stimolo monetario avviato dopo il referendum su Brexit. Ma, per ora, i consumi e il mercato del lavoro vanno molto meglio di quanto previsto dal governatore Mark Carney.

Gli economisti sono abbastanza certi che se le autorità monetarie non fossero scese in campo così massicciamente, la crisi del 2008 sarebbe stata più lunga e più profonda. Ma oggi siamo anche certi che questo sforzo magari era necessario, ma di certo non è sufficiente:

L’imbarazzo delle banche centrali, comunque, è soprattutto l’imbarazzo dei governi. Nell’eurozona, infatti, è mancata una politica fiscale intelligente che accompagnasse all’austerità dei Paesi con debiti alti, una spinta ai consumi e agli investimenti in Stati dalle finanze pubbliche più solide. Ma altrettanto grave è stata la lentezza nel procedere sul fronte delle riforme strutturali, aprendo il mercato del lavoro e dei prodotti. Sono decenni che Tokyo spinge sulla leva degli investimenti pubblici. Se questi bastassero, i tassi di crescita giapponesi dovrebbero ben più robusti di quelli assai scarni di oggi.

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