Economia

La seconda lezione di Padoan all'Europa

Padoan

Un’altra lettera di Pier Carlo Padoan, indirizzata al vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, e al commissario Pierre Moscovici (Affari economici e finanziari) in vista del giudizio definitivo sulla Legge di Stabilità 2015. Con un dettaglio non proprio insignificante: all’operazione trasparenza promossa da viale XX Settembre mancano gli allegati della lettera, che prevedono i tempi d’attuazione delle riforme che il Tesoro oggi spiega essere decisive per la sostenibilità del debito italiano. Ma quella dell’approvazione è questione politica prima che economica, e dipende da tanti fattori che non possono essere nelle mani del ministro.


LA LETTERA DI PADOAN ALL’EUROPA
A parte questo, la lettera arriva nel momento in cui si gioca la partita decisiva per la Legge di Stabilità 2015. La Commissione due settimane fa aveva accettato, in sede di analisi preliminare, la correzione di 3,3 miliardi a riduzione del deficit che Padoan, come aveva fatto sapere ufficialmente, avrebbe preso da un fondo destinato a tagliare le tasse ai cittadini (e l’intento polemico dell’affermazione era chiaro a tutti, sia a Bruxelles che a Roma). Ora l’esame entra nel vivo, e si viene a sapere che l’Italia inizialmente rischiava l’early warning, ovvero l’avvertimento precedente all’apertura della procedura contro il paese, a causa dell’addio al Fiscal Compact che era nei fatti dei dati forniti dal ministero dell’Economia. Il rischio è rientrato. Ora, nella lettera, Padoan ricorda che l’Italia ha perso dieci punti di PIL dall’inizio della crisi, e che le riforme proposte dal governo Renzi daranno spinta alla crescita e all’occupazione: il Jobs Act, la riforma della Pubblica Amministrazione, quella della giustizia, la riforma fiscale e quella dell’istruzione. E le privatizzazione, che permetteranno un’ulteriore riduzione (dello 0,7%, pronostica via XX Settembre) del rapporto debito/PIL. Padoan parla poi dell’avanzo primario tra i migliori d’Europa (come il ministero ha fatto sapere anche su Twitter, vantandosi dei soldi dati per ridurre il debito e sottratti, di fatto, all’economia reale). Poi sottolinea che ulteriore austerity potrebbe essere decisiva nel bloccare la crescita di tutta Europa. A latere, arriva la precisazione sul debito, vecchio “pallino” di Padoan: «la lettera sostiene che gli indicatori internazionali dimostrano che il nostro debito «è più sostenibile di quello della maggior parte degli altri paesi Ue» grazie alle passate riforme delle pensioni e al controllo della spesa della sanità. Ecco perché Padoan chiude dicendosi fiducioso che la Ue «sosterrà le riforme» italiane», scrive Alberto D’Argenio su Repubblica. E qui arriva la polemica ancora sottotraccia con l’UE, che potrebbe esplodere in caso di irrigidimento del criterio di giudizio da parte della Commissione nei confronti della manovra.
 
QUEI CRITERI CHE NON TORNANO
In un’intervista al Financial Times infatti Padoan torna a criticare il metodo di controllo dei bilanci a livello comunitario, basato su dati strutturali e non nominali. Spiega Andrea Bonanni su Repubblica:

I dati strutturali sono calcolati tenendo presente lo scostamento dell’economia di un Paese rispetto al suo tasso di crescita potenziale, il cosiddetto «output gap», in modo da poter in qualche modo sterilizzare nelle valutazioni dei programmi di convergenza gli effetti negativi dovuti a una bassa crescita o aduna recessione. Ma il calcolo del tasso di crescita potenziale di un Paese è comunque un’assunzione teorica,basata a sua volta su una serie di parametri il cui peso relativo può variare a seconda dei criteri scelti dagli economisti che li applicano.Più alto sarà il tasso di crescita di un Paese, più elevato risulterà l’output gap in caso di rallentamento economico o di recessione, più forti saranno quindi i margini di aggiustamento applicati alle voci di bilancio.

Padoan dice che i dati sottovalutano l’ampiezza della nostra recessione:

Per esempio, secondo la Commissione l’output gap italiano è pari a 3,5 punti percentuali del Pil, mentre per l’Ocse, di cui Padoan è stato chief economist, si colloca a 5,1 punti percentuali. Se i calcoli di Bruxelles venissero fatti sulla base delle valutazioni Ocse «saremmo da tempo in una condizione di surplus strutturale. Saremmo in un mondo diverso, senza richieste di tagli aggiuntivi. Tutto cambierebbe».La Commissione europea, interrogata sulle osservazioni del ministro italiano, ha fatto notare che la metodologia seguita «è stata concordata tra tutti gli stati membri dell’Ue» e ha affermato di non essere al corrente «di piani concreti per modificare questa metodologia nel breve termine».

 
LA SECONDA LEZIONE
È proprio su questi calcoli che Padoan ha richiamato al realismo l’Unione europea. Scriveva all’epoca il ministro nella bozza mandata alla Commissione:

Le analisi empiriche mostrano che in Italia il NAWRU [tasso di disoccupazione non inflazionistico, ndt] stimato dal modello tende a seguire le variazioni della disoccupazione ciclica. Nello scenario attuale, caratterizzato da un aumento prolungato del tasso di disoccupazione, la stima del NAWRU è quindi superiore a quella ottenuta tenendo conto dell’impatto di fattori congiunturali; nei paesi che hanno sperimentato un particolarmente pesante declino cumulativo del PIL, il modello offre risultati improbabili: ad esempio in Spagna il tasso di disoccupazione non inflazionistico di equilibrio sarebbe vicino al 21 per cento. Più grande è il valore del NAWRU, minore è il [PIL] potenziale; per quanto riguarda la politica fiscale, durante recessioni prolungate e intense vi è il rischio concreto che il modello sovrastimi i deficit strutturali.
Per stimare il NAWRU, il modello sfrutta la relazione dinamica tra il salario e il tasso di disoccupazione (curva di Phillips); ma in un ambiente di tassi di interesse storicamente bassi e prezzi deboli, questa relazione sembra aver perso significato, probabilmente riflettendo un break strutturale.
Anche supponendo effetti significativi di isteresi [la tendenza dell’economia a risentire degli effetti di una crisi una volta che questa sia alle spalle, ndt], sembra che una riduzione da 1,4% a -0,2% del tasso di crescita del PIL potenziale – dal periodo prima a quello dopo la crisi – sia particolarmente grande. Per esempio, assumendo dal 2008 una significativa diminuzione del tasso di crescita del PIL potenziale, ma non così marcato come quello stimato dal modello – per esempio, dall’1,4 allo 0,4 per cento, piuttosto che -0,2% – il saldo di bilancio strutturale avrebbe praticamente raggiunto l’obiettivo a medio termine, già nel 2012.

E qui Padoan mostrava un grafico che la dice tutta su come l’UE ci stia costringendo ad una inutile austerità.
Verde: deficit/surplus dell'Italia calcolato dall'UE; in arancio:  deficit/surplus secondo Padoan
 
Le colonnine verdi rappresentano il deficit strutturale calcolato secondo il modello UE, supponendo che il Pil potenziale decresca mediamente dello 0,2% l’anno, un’ipotesi che Padoan giudica irrealistica. Quelle arancio lo stesso deficit calcolato tenendo conto di un tasso di crescita del Pil potenziale modestissimo, ma almeno positivo, lo 0,4% l’anno invece dell’1,4% del periodo pre-crisi. Il risultato è chiaro: non solo nel 2012 abbiamo raggiunto il pareggio strutturale (come richiede il Fiscal Compact) ma dal 2013 siamo addirittura in avanzo. Se la Commissione UE facesse propri questi numeri, ben più realistici eppure molto prudenti, non staremmo combattendo per qualche decimale di “flessibilità”. In base a ciò Padoan sembra intenzionato a insistere sul rinvio del pareggio di bilancio. Per il ministro, in realtà, il pareggio strutturale è già raggiunto, mentre per la commissione no. E il documento, per rafforzare il concetto, spiega anche che i decisori politici devono prendere le stime del Pil potenziale con estrema cautela, al fine di evitare politiche controproducenti. E se anche quei numeri fossero realistici – aggiungeva Padoan – a maggior ragione bisognerebbe evitare di deprimere ulteriormente le economie. Al contrario, secondo il ministro, il modello usato dall’Unione europea, con i dati “giusti”, rafforza gli argomenti di quanti chiedono maggiore flessibilità di bilancio. Un’inversione non da poco per colui che solo un anno e mezzo fa aveva sostenuto che “il dolore sta funzionando”.