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Richiedenti asilo, il problema è dell'Europa

Tutta colpa di Dublino. Perché il regolamento europeo sui richiedenti asilo approvato nel 2003, e rivisto già due volte senza modifiche sostanziali, impone che ogni persona perseguitata nel proprio paese per motivi politici o religiosi, o a causa di conflitti armati, vada presa in carico unicamente dal paese presso il quale avviene lo sbarco: e quel paese è soprattutto il nostro, il meno attrezzato per l’accoglienza, sia in termini di strutture che in termini di solidarietà diffusa (fatta eccezione per la Caritas e le ong). E sì che l’Italia fino ai primi anni settanta era stato un paese di emigrazione: i nostri connazionali che andavano a lavorare all’estero erano più numerosi degli stranieri che venivano qui, salvo poi ritrovarci oggi nella posizione di paese che i migranti li riceve.
 
IL REGOLAMENTO EUROPEO SUI RICHIEDENTI ASILO 
Chiedono asilo i tre quarti dei profughi che arrivano fortunosamente da noi. Nei primi tre mesi di quest’anno le domande di protezione internazionale nell’Unione Europea sono state 120.215; a far registrare l’aumento maggiore in termini assoluti è stata l’Italia, +22% (1.915 domande in più) tra il quarto trimestre 2013 e il primo trimestre 2014 (lo  riferisce il rapporto EASO, European Asylum Support Office). Nel 2013 il 70% di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato in territorio Ue si è concentrato in cinque Stati membri sui 28 totali: l’Italia e’ al quarto posto. In particolare, la Svezia ha accordato protezione politica a 26.400 persone, il maggior numero tra i paesi della Ue; seguono Germania (26.100), Francia (16.200), Italia (14.500) e Regno unito (13.400). Lo status di rifugiato garantisce a chi lo ottiene un permesso di residenza rinnovabile e un libretto di lavoro. La risposta del ministero arriva in media dopo 15 mesi, e i richiedenti asilo in attesa del responso ( i cosiddetti “dublinanti”) sono ammassati nei centri di prima accoglienza (sovraffollati e inadeguati, più volte denunciati come lager, e teatro di rivolte dei residenti) oppure fanno perdere le loro tracce, riuscendo a trasferirsi in paesi più attrezzati in materia di welfare, dove magari già risiedono parenti e amici. Ma se in uno di questi paesi vengono “beccati” dalla polizia, il regolamento di Dublino impone che siano rispediti alla prima casella, il luogo in cui sono arrivati e gli sono state prese le impronte digitali: quasi sempre l’Italia, appunto, dove la scelta che gli si prospetta è tra il centro di prima accoglienza e i cartoni della stazione Termini, e il “lavoro” è mendicare o finire nelle spire della criminalità organizzata. L’Italia è in grado di ospitare solo il dieci per cento di chi richiede un alloggio, la stessa situazione di dieci anni fa. Questo ha portato alla costituzione di tendopoli come la famigerata “buca degli afghani” dell’Ostiense a Roma, dove vivevano in condizioni miserrime 150 giovani ammassati sotto tendoni di plastica; e almeno 1.500 richiedenti asilo vivono tuttora all’addiaccio nella capitale.
rifugiati afghani
 
 
MARE NOSTRUM E L’EMERGENZA COSTANTE
In questa situazione di emergenza costante, si avvia al tramonto anche Mare Nostrum. L’operazione varata lo scorso anno dopo la tragedia dei 366 morti di Lampedusa, che ci costa 300mila euro al giorno, dieci milioni al mese, potrebbe essere sostituita da un nuovo programma a guida Ue, ribattezzato Frontex Plus, che da novembre dovrebbe comportare un maggiore coinvolgimento di uomini e mezzi nella lotta agli scafisti, con un presidio delle acque molto più ampio. L’Europa ha anche deciso la distruzione dei barconi, in modo che nessuno possa più riutilizzarli. Ma si discuterà a lungo su chi altro sosterrà concretamente i pesantissimi costi dell’operazione (“l’invasione continuerà a spese nostre”, twitta la Lega Nord Padania), e soprattutto su chi si farà carico dei disperati salvati in mare, stante il regolamento di Dublino: se a intercettarli sarà una nave francese (Parigi ha già espresso la sua disponibilità a far parte dell’operazione) i migranti verranno poi portati in Francia, come imporrebbero il regolamento di Dublino, l’interesse italiano e il buonsenso?
Alfano Frontex
Il problema è che l’operazione umanitaria della Marina italiana, che in questi mesi ha salvato da morte certa migliaia di naufraghi, ha paradossalmente dato impulso al business degli scafisti libici: visto che i pattugliamenti si spingono quasi al limite delle acque territoriali di Tripoli, i mercanti di carne umana hanno buon gioco a gettare in acqua barchette inadatte alla traversata, certi che i mezzi navali italiani si impegneranno in ogni modo per portare in salvo i loro occupanti. E il profitto per gli scafisti raddoppia. Già sancire l’arretramento della futura forza navale che sostituirà Mare Nostrum dovrebbe auspicabilmente dimezzare il numero delle traversate. Nel Mediterraneo, negli ultimi 25 anni, hanno perso la vita almeno ventimila disperati in fuga dai loro paesi in guerra; e parliamo solo delle tragedie che è stato possibile conoscere attraverso la stampa: chissà quante vittime destinate a rimanere sconosciute ha inghiottito questo mare che somiglia sempre più a un cimitero.