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Plusvalenze in allegria: il doping nei conti della Serie A

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All’inizio fu Diego Armando Mandragora. Il giocatore, che in realtà si chiama Rolando ed è passato questa estate dalla Juventus all’Udinese, venne battezzato così da Il Romanista dopo essere stato acquistato per la ragguardevole cifra di 20 milioni di euro, pur non avendo fino a quel momento dimostrato di valere quei soldi nelle sue apparizioni in serie A. Un affare curioso perché la Juventus si era garantita la recompra a 24 ma che arrivava proprio nell’anno in cui il Chievo veniva invece penalizzato per plusvalenze fittizie per “l’evidente sopravvalutazione” di giocatori girati al Cesena con 23 milioni di guadagni.

Un pericolo che invece non sembra preoccupare le altre società della serie A. Spiega oggi Ettore Livini su Repubblica che il calcio italiano (dati al 30 giugno del 2018) è in rosso “solo” di 65 milioni, meglio dei 315 milioni persi in media ogni anno dal 2010. I numeri però sono in parte “truccati”. A tenere a galla la Pallone Spa non sono i biglietti venduti, gli assegni degli sponsor o i diritti tv ma l’overdose di guadagni garantita dalla compravendita di giocatori: una girandola di scambi – talvolta a prezzi fuori da ogni logica di mercato – che ha regalato ai 20 club di Serie A 724 milioni di entrate extra (il doppio del 2016). Un tesoretto straordinario che vale ormai quasi un terzo dei ricavi del pianeta calcio.

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I bilanci dei club di Serie A (Foxsports)

Un tesoretto non costituito unicamente da affari curiosi, perché molte plusvalenze sono “sane”, figlie cioè di investimenti azzeccati. Basta pensare ai 15 milioni incassati dalla Sampdoria cedendo Milan Skriniar all’Inter o i 17 guadagnati dalla Roma girando Emerson Palmieri al Chelsea. Alcune operazioni sono invece decisamente più acrobatiche: giovani della Primavera venduti a prezzi da star di Premier League, onesti mediani in parabola discendente valutati come crack di 18 anni. Spiega Repubblica:

Di lavoro per la Commissione vigilanza ce n’è molto, come dimostra il boom delle plusvalenze dell’ultimo anno di calcio mercato. Alcune solide e reali come i 76 milioni incassati dalla Roma vendendo Alisson e Strootman a Liverpool e Marsiglia. Altre figlie di partite di giro – in qualche caso a somma zero – dove i milioni volano come noccioline sganciati da ogni contatto con la realtà.

Esempi? Il traffico “scopo plusvalenza” sulla rotta Milano-Bergamo tra Inter e Atalanta con la squadra di Luciano Spalletti che ha rilevato per 31 milioni il giocatore dell’Under 21 Alessandro Bastoni consentendo ai Percassi di registrare un maxi-guadagno. Favore ricambiato dalla Dea acquistando dall’Inter per 12 milioni (di cui 11,5 di plusvalenza per i milanesi) i primavera Davide Bettella e Marco Carraro. Il primo finito in prestito al Pescara, il secondo a Perugia, garantendo però all’Inter parte di quei 49 milioni di plusvalenze necessari per rispettare il fair play senza cedere nessun big.

Molte di queste transazioni fuori-mercato hanno una sorta di clausola–boomerang: chi vende un giocatore a un prezzo sopravvalutato si impegna a riacquistarlo a termine a cifre simili o superiori, per “sterilizzare” il favore del compratore.

Formule simili sono quelle utilizzate ad esempio dalla Juventus negli ultimi mesi: Alberto Cerri è stato girato al Cagliari per 9 milioni, il centrocampista Roberto Mandragora è andato all’Udinese per 20, i portiere Emil Audero è stato riscattato dalla Samp per la stessa cifra mentre Stefano Sturaro è stato rilevato a titolo definitivo dal Genoa per 16,5 milioni.

Totale: oltre 40 milioni di plusvalenze, buoni per puntellare i conti dopo il maxi-investimento per Cristiano Ronaldo. Valgono davvero quella cifra i giocatori coinvolti? I prezzi, dicono i protagonisti dei trasferimenti, li fa il libero mercato. Il pericolo è che questa gigantesca catena di Sant’Antonio –magari quando i prezzi dei diritti tv del pallone si raffredderanno – possa crollare. Lasciando sotto le macerie, alla fine, il calcio italiano.

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