Economia

Il piano di Juncker: un bluff da 300 miliardi?

In Italia e in Francia ci puntano tutti. In Europa cercano di trattenersi per non scoppiare a ridere. Il piano da 300 miliardi di euro di investimenti in infrastrutture che dovrebbe risollevare l’economia europea e per il quale Jean Claude Juncker ha di recente scritto una lettera a Renzi e Hollande per adesso continua ad assumere i contorni di una bufala, nell’attesa che qualcuno si faccia avanti per spiegare che non è aria fritta e che davvero si possano utilizzare in Italia. L’ultimo a sollevare dubbi in ordine cronologico è il Financial Times.
 
IL PIANO DA 300 MILIARDI DI INVESTIMENTI
Spiega il quotidiano che Emanuel Macron, ministro dell’economia francese, insieme a Guy Verhofstadt ha espresso preoccupazione su come reperire la somma necessaria agli investimenti. Il piano infatti prevede già da oggi che si prenda denaro già stanziato nel bilancio dell’Unione Europea e della Banca Europea degli Investimenti allo scopo di utilizzarlo come capitale iniziale di partenza pubblico a cui dovrebbe aggiungersi, tramite cofinanziamento, quello privato. Il denaro pubblico dovrebbe fungere da prima tranche “in perdita” per poi cedere il passo a quello privato quando l’investimento sarà securizzato. Le due domande che rimangono sul tavolo sono le stesse: quanto capitale pubblico verrà utilizzato? E quanti capitali privati la Commissione prevede di smuovere nel piano triennale? Il Financial Times fa sapere che nel conto del denaro pubblico non rimarrà soltanto quello già stanziato nei bilanci UE e BEI, ma anche fondi stanziati dai governi nazionali, come ha fatto sapere Wolfgang Schauble, che ha annunciato dieci miliardi di nuova spesa pubblica da parte della Germania. In ogni caso l’obiettivo dei governi è non creare altro debito pubblico, e quindi si cercherà di muoversi attraverso gli strumenti già approvati. Ma qui torna in mente il patto per la crescita del 2012, quando si parlava di 120 miliardi di euro per la crescita del PIL, in gran parte fallito. Il fulcro del programma era l’aumento di capitale di 10 miliardi di euro della Banca Europea per gli Investimenti. All’epoca quel denaro venne contato con un computo totale di sessanta miliardi, perché ogni euro del capitale della BEI investito permette di investire a leva altri sei euro attraverso l’emissione di obbligazioni della BEI.
 
I CONTI CHE NON TORNANO
Secondo quanto scrive FT sessanta miliardi di euro della BEI potrebbero così finanziare per 180 miliardi nuovi progetti europei in un triennio. Ma l’aumento di capitale di cui è stata dotata la banca è stato di dieci miliardi, il che presupporrebbe una leverage ratio di 18 per arrivare a 180. Poi ad arrivare a 300 ci penseranno i privati. Ma questo significa che il partenariato privato sarà di molto ridotto rispetto alle dimensioni iniziali. E soprattutto, il ragionamento è ottimistico: è vero che un investimento in banda larga in Germania avrebbe un rischio basso, ma la stessa cosa non si potrebbe dire (ipoteticamente) per un gasdotto in Grecia: e a diversi rischi di partenza non possono corrispondere remunerazioni identiche del capitale rischiato. Già si è visto molto poco dei 120 miliardi di euro del “patto per la crescita e l’occupazione” che i leader dell’UE hanno approvato all’inizio del 2012, che non è riuscito a prevenire la recessione ed è stato seguito da due anni di investimenti in calo, sottolineava Reuters. Juncker ha anticipato che le nuove misure saranno finanziate «attraverso l’uso mirato dei fondi strutturali esistenti e della Banca europea per gli investimenti (BEI) con gli strumenti già esistenti o da sviluppare» mentre il suo vice Katainen ha ipotizzato un aumento di capitale della BEI e garanzie per gli investitori privati. Ma gli economisti sono scettici sulla volontà degli investitori di indebitarsi, seppure a basso costo. Prestiti meno costosi per gli investitori hanno poco senso con i tassi della Banca centrale europea vicini allo zero. Il denaro a buon mercato è già disponibile.
 
E IL BLUFF ANCORA DA VEDERE
Secondo Carsten Brzeski di ING ciò che farebbe la differenza, come dicono gli americani, è un impulso per una maggiore integrazione della zona euro, riducendo al minimo il rischio di deflagrazione della moneta unica. Traduciamo noi: la BCE deve annullare gli spread comprando titoli di stato dei paesi periferici. E, ancora, non si può contare sulla buona volontà degli investitori privati. «Il piano di 300 miliardi di investimento deve essere coerente e l’indebitamento (privato) molto piccolo perché sia realistico e convincente», in caso contrario sarebbe solo un’illusione. In più, come ricordava qualche giorno fa Libero, «per le regole di contabilità pubblica contenute in Sec05 i finanziamenti della Bei ricevuti dai vari Stati nazionali debbono essere classificati all’interno del debito pubblico dei vari Paesi esattamente come i prestiti che dovessero essere erogati agli Stati dal Fondo monetario internazionale. I finanziamenti pubblici della Bei rappresentano buona parte della quota diversa dalla emissione di titoli di Stato di cui è composto il debito pubblico italiano (un capitolo che riunisce anche altre categorie di prestiti e che oggi ammonta a poco meno di 150 miliardi di euro)». Un guaio dopo l’altro. O un bluff?