Opinioni

Parlare di “catcalling” fa così paura agli uomini perché tocca un nervo scoperto del patriarcato

Lo confesso. Dopo anni in cui ho a che fare coi social e ho letto più o meno ogni genere di commento, pensavo di essere ormai vaccinato al benaltrismo, a quelli che “il problema è un altro”, a chi ti dice che “ci sono cose più gravi” (c’è sempre qualcosa di più grave), a chi pretende che ti occupi di questo, di quello, che parli di quell’altro, tutto meno una cosa: quello di cui hai appena parlato nel post.

È come un riflesso condizionato, ormai, quasi un istinto automatico di protezione che scatta nella testa di migliaia di persone, spaventate di guardare in faccia una realtà che preferirebbero ignorare, scacciare via o anche semplicemente allontanare dal proprio orizzonte interiore. Perché, quando se la trovano davanti, finiscono per doverci fare i conti.

Lo abbiamo visto esplodere in maniera lampante nel dibattito attorno al catcalling e alla denuncia di Aurora Ramazzotti. E non è un caso che sia accaduto proprio a lei e proprio su questo tema. Perché l’autrice della denuncia e la questione sollevata, insieme, producono quell’esatta miscela di maschilismo tossico e ipocrisia strisciante destinata a scatenare la bomba perfetta: una donna, giovane, figlia d’arte, privilegiata che usa i social per scoperchiare un vaso di Pandora tutto maschile che esiste dalla notte dei tempi e a cui nessuno ha mai avuto il coraggio di dare un nome o anche semplicemente evocarlo. Qualcosa di sottile, di non immediata lettura, che non è bianco o nero, si presta a interpretazioni, che mette in gioco la nostra idea di società patriarcale paradossalmente molto più di quanto lo facciano i dibattiti sulle violenze e gli abusi di genere.

aurora ramazzotti
Foto IPP/Andrea Oldani
Milano, 03/05/2018
Presentazione del programma Vuoi scommettere ?
Nella foto Aurora Ramazzotti
italyphotopress world copyright

 

Quando si tratta di violenza sulla donna, di femminicidio, non troverete poi tante persone (anche se i mostri esistono e sono sempre troppi) disposte a controbattere tout-court, e spesso chi non si allinea alla condanna dominante lo fa rifugiandosi su argomenti che si spingono al massimo a negare il postulato affermandolo (i classici: “La violenza va sempre condannata, ma…” o gli intollerabili “Certo che se si vestono così, poi finisce che…”). Una vergogna ignobile, certo, ma, pur tra molte fatiche e con ancora tantissima strada da fare, abbiamo raggiunto un livello di civiltà sufficiente a rendere socialmente deplorevole (oltreché un reato) che un uomo si schieri apertamente e totalmente dalla parte dell’autore di un femminicidio. E, se accadesse, verrebbe in breve tempo isolato, segnalato e perseguito nel modo più veloce e – c’è da augurarsi – severo possibile.

Ma, non appena il dibattito si sposta su qualcosa di più leggero come il catcalling (le molestie da strada, ovvero molestie a tutti gli effetti), ecco che all’improvviso legioni di sessisti, misogini (tra cui, ahimè, anche parecchie donne) si sentono legittimati a farci sapere che “i problemi sono ben altri” che “si è sempre fatto così, e nessuna ha mai protestato”, e che “dovrebbero, anzi, essere grate dei complimenti”, fino a un argomento molto in voga anche in questi mesi tra gli oppositori del Ddl Zan contro l’omotransfobia e, in assoluto, il più stupido e fobico di tutti: “Così si toglie anche la libertà d’espressione”.

Ma quale libertà di espressione, in quale mondo, a quale latitudine, consente a chicchessia (ma chissà perché è SEMPRE un uomo) di rivolgere fischi, apprezzamenti volgari non graditi e non richiesti a una donna la cui unica colpa è quella di camminare per strada sola o accompagnata da altre donne? Quale diritto di alcuni costringe qualunque altra persona (ma chissà perché SEMPRE una donna) a sentirsi umiliata, trattata come un oggetto in movimento di un mondo fallocentrico, a doversi preoccupare, quando esce, di non scoprirsi troppo perché poi magari qualcuno ti fischia, a dover dribblare la bava di sfigati uomini omega che in gruppo si credono alfa e che concepiscono la donna solo dalle spalle in giù perché oltre faticherebbero a reggerne il confronto?

Quegli stessi uomini che, a parole, teorizzano il “diritto” al fischio, nei fatti come reagirebbero se a subirlo, in loro presenza, fosse una moglie, una compagna, fidanzata, figlia? E perché, già che è un gesto così innocente (persino carino), non riservano i loro apprezzamenti espliciti a una donna mentre è in compagnia di un uomo? Non sarà mica che la donna non meriti il loro rispetto ma l’uomo, invece, sì? E ancora, se davvero non c’è nulla di male, perché non fischiano a un’altra donna mentre sono in compagnia della propria moglie, fidanzata (o, peggio ancora, figlia)? E Dio solo sa come reagirebbero se, all’opposto, toccasse a loro subire quel trattamento così grazioso e gentile da parte di un uomo o da un gruppo di uomini, con tutta la loro fisicità e la loro presenza ingombrante (“Ah bono!”, “Perché non ti fai un giro con noi?” “Certo che mamma t’ha fatto proprio bene” e simili amenità)… La avvertite ora questa sensazione di disagio, di sudditanza fisica, di violazione intima? Non fa più così tanto ridere, vero?

La verità è che non c’è un punto giusto da cui partire né una finestra migliore da cui osservare le cose, men che meno esiste un diritto di una sola donna che non meriti di essere tutelato, dal più evidente (e quindi giustamente trattato) a quello più sottile e inafferrabile, e, come tale, deriso, dileggiato, trascurato. E no, mettetevelo in testa, non esiste alcun “altro problema” che impedisca di occuparsi al contempo di un altro problema, grande o piccolo che sia, che vi tocchi personalmente o meno.

Pensavate che stessimo parlando solo di qualche fischio e qualche stupida battuta volgare quando parlavamo di catcalling e, invece, c’era in gioco tutto questo: il nostro essere maschi, il nostro essere femmine e qualunque altro genere esistente, il modo in cui i generi scelgono ogni giorno di rapportarsi l’uno con l’altro, il concetto stesso di libertà di sentirci trattati e rispettati per quello che siamo e sentiamo, non come proiezione oggettivizzata dell’altro.

In fondo, se ci pensate, è tutta una questione di diritti e doveri: un maschio non ha nessun diritto di decidere se e cosa offende una donna, ma ha il dovere di chiedersi ogni volta se e come la sta offendendo. Ma, se proprio non sa rispondersi, faccia la cosa più semplice (e, al tempo stesso, difficile) del mondo: la ascolti.