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Pallotta e i dubbi sull’acquisto dei terreni per lo Stadio della Roma

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Il Messaggero racconta oggi che James Pallotta, proprietario dell’A.S. Roma,  e i nuovi vertici della Eurnova, la società di Parnasi che ha dovuto azzerare la catena di comando con l’arresto del costruttore, a giugno 2018 avevano trovato l’accordo per la vendita dei terreni di Tor di Valle, quelli su cui i privati vorrebbero tirar su il nuovo stadio della Roma e soprattutto il mega-complesso di uffici,negozi, ristoranti e alberghi. Ma nel frattempo è successo qualcosa:

La firma per la cessione, però, non è mai arrivata, nonostante gli annunci, anche nelle settimane passate, della messa in calce imminente, rallentata solo da quisquilie burocratiche, risolvibili in 48 ore al massimo. E invece niente. A frenare James Pallotta, dice chi sta seguendo da vicino l’affare, è soprattutto la sequela d stop & go che ha collezionato il progetto da quando, nel 2013, è stato presentato.

Se la prende, il manager americano, coi ritardi delle procedure italiane anche se, qualche tempo fa, ha dovuto ammettere che anche il partner scelto per l’operazione, Parnasi appunto, ha avuto il suo peso, nel rallentare il tutto, dato il deflagrare dell’inchiesta giudiziaria. Ora le nuove indagini, con l’accusa di abuso d’ufficio a Virginia Raggi e gli accertamenti sulle cubature, rendono la pratica stadio sempre più scottante, nei cassetti del Campidoglio.

Al netto degli annunci della sindaca – «voteremo la variante entro l’estate»- c’è una pattuglia sempre più nutrita di consiglieri grillini che tiene i piedi incollati sul freno, che rispolvera gli slogan della campagna elettorale del 2016,quandola bussola del Movimento era puntata sul «no a Tor di Valle, no alla speculazione». C’è anche chi, come la presidente della Commissione Urbanistica, Donatella Iorio, ha ventilato la possibilità di rimettere ai voti la delibera che ha conferito il «pubblico interesse» al progetto, nel 2017.

Anche per questo,forse,Pallotta è guardingo. E ci va cauto sull’acquisto dei terreni di Parnasi. Perché è vero che l’operazione discussa a Boston a metà febbraio riguardava solo un pre-accordo – detto all’inglese, «sales and purchase agreement» – con una clausola legata all’approvazione definitiva della variante.

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