Opinioni

Alfredo Mantovano e l'obiezione di coscienza

Alfredo Mantovano commenta oggi la vicenda di qualche giorno fa (Perché questo silenzio sul caso dell’infermiera che fa obiezione di coscienza?, Tempi.it): una infermiera non fa entrare due ragazze che chiedono la cosiddetta pillola del giorno dopo e le mette in guardia su non si sa bene cosa.
Alfredo-Mantovano
La versione di Mantovano è la seguente:

Voghera, una sera di inizio ottobre. Due fidanzati si presentano allo sportello del pronto soccorso. Incontrano Margherita, 31 anni, da quattro anni infermiera di ruolo, vincitrice di concorso. Le chiedono come fare per avere il Norlevo, la “pillola del giorno dopo”; è un prodotto comunemente qualificato “contraccettivo post-coitale”, se ne raccomanda l’assunzione entro 72 ore dal rapporto “non protetto” e – così è scritto nella descrizione data – ha la funzione, fra l’altro, «di impedire e rendere più difficoltoso l’annidamento dell’embrione». Se è avvenuta la fecondazione dell’ovulo e si sta formando l’embrione, impedirne l’annidamento significa abortire; dunque, può definirsi un prodotto eventualmente abortivo.

Le ragazze sono diventati fidanzati (sono due ragazze in due circostanze diverse) e la pillola è un «prodotto eventualmente abortivo». «Comunemente qualificato» da chi? Dove? Prosegue Mantovano.

Margherita non ha il compito di dare il Norlevo a chi lo chieda; le compete di consegnare un modulo che permette di recarsi a chi è autorizzato a somministrarlo. Poiché è ben consapevole che la sua azione rappresenta comunque un antecedente causale di un possibile aborto, inizia un dialogo con i ragazzi: illustra loro gli effetti del prodotto e le possibili controindicazioni. Deve avere buoni argomenti, perché i suoi interlocutori non insistono e lasciano il pronto soccorso.

Magari se ne sono andate perché dovevano cercare qualcuno che non facesse tutte queste storie (ricordiamo che il tempo qui è un elemento cruciale)? «Le due ragazze che si erano rivolte fiduciose alla struttura e non si aspettavano di dover fronteggiare un dibattito etico, alla fine se ne sono andate, forse per la mortificazione, forse per non tirare in lungo una discussione magari davanti ad altri pazienti in attesa. È probabile che il giorno successivo si siano rivolte al loro medico», c’era scritto sul pezzo di la Repubblica lo scorso 5 ottobre. Comunque la cosa importante è che se magari non è un prodotto abortivo, è comunque un antecedente causale di un possibile aborto (la faccenda si fa sempre più evanescente). E chi non riconoscerebbe che si possa – anzi si debba – esercitare obiezione di coscienza su un gesto tanto irresponsabile quale un antecedente causale di un possibile aborto? Una volta fatta questa fantasiosa premessa, tutto segue.

Margherita ha sbagliato? Assolutamente no. L’art. 9 della legge 194/1978 riconosce l’obiezione di coscienza non solo al medico, ma a tutto il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie, con riferimento non solo agli “interventi” bensì pure alle “procedure” finalizzate all’aborto: con una lettera così chiara da oltre 36 anni, nessuno ha mai dubitato che l’obiezione si estende al rilascio della certificazione alla gestante e a tutto ciò che in qualche misura sia finalizzato all’interruzione della gravidanza.
Obiezione: rispetto all’assunzione del Norlevo l’aborto è una eventualità. Replica: se, in periodo di caccia, vedo un movimento dietro a un cespuglio, può esservi una lepre o un altro animale o una persona. Se sparo a prescindere e colpisco una persona, non posso invocare a discolpa il regolare porto di fucile e il rispetto del calendario venatorio: non ho seguito la prudenza più elementare. Ecco, l’infermiera non ha voluto concorrere a caricare l’arma. Di più, ha rispettato l’art. 5 della 194, nella parte in cui impone alla struttura sanitaria di non limitarsi a consegnare dei moduli, ma di verificare le cause che inducono a interrompere la gravidanza, nella prospettiva di rimuoverle: ha realizzato quel colloquio che la legge prescrive, e che quasi nessuno fa più.

Certo, certo. Alla lepre mi sono distratta, ma il ragionamento di Mantovano è chiarissimo. Uniamoci alla speranza, scriviamo alla Asl di Pavia, mandiamo a Margherita e a Mantovano qualche articolo da leggere.

Vogliamo che Margherita se la veda da sola? O pensiamo che il suo gesto di difesa della vita, tanto più coraggioso in quanto pagato con la probabile perdita di un lavoro guadagnato con onore, merita di starle a fianco finché le sue sacrosante ragioni siano riconosciute? Cominciamo a scriverlo alla Asl di Pavia e alla Regione Lombardia. E non fermiamoci finché non la rivedremo in un turno di notte al pronto soccorso a dare un po’ di luce e di speranza a suoi coetanei confusi.

I coetanei. Confusi. Benissimo.