Opinioni

Non è ancora premier, ma Draghi ha già fatto un miracolo: rendere Salvini “europeista”

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C’è una battuta che circola con insistenza nei palazzi romani: prima ancora di essersi insediato, a Mario Draghi è già riuscito un piccolo, grande, miracolo: trasformare Matteo Salvini in europeista. E, in effetti, a guardare le mosse delle ultime 72 ore, il “capitano” ha compiuto così tante giravolte da aver completato un giro a 360 gradi di tutto l’arco parlamentare. Solo per restare alle ultime 24 ore:

“Draghi dovrà scegliere: o noi o il Movimento 5 Stelle.”

Matteo Salvini, 4 febbraio 2021.

“Chi sono io per dire no? Noi con Draghi non diremo non voglio tizio. A me piacerebbe che ci fossero tutti, che si mettesse l’interesse del Paese davanti all’interesse del partito. Mi dispiace che altri mettano veti, non è questo lo spirito di Mattarella”.
Questo è sempre Matteo Salvini, il giorno successivo. Sono bastati un caffè con Giorgetti e una telefonata di Zaia per far cambiare idea al leader della Lega, convertito da distruttore a costruttore.
Se questo è quello che vale la parola di Matteo Salvini a distanza di 24 ore, potete immaginare quante virate abbia potuto fare l’ex comunista padano negli ultimi quattro anni. I social, si sa, danno e tolgono. Ma, di sicuro, non perdonano. E così ecco venire fuori dagli archivi una vecchia dichiarazione del 6 febbraio 2017 con la quale Matteo Salvini, che allora se ne andava in giro con indosso magliette del calibro: “Sono un populista” o “Fuori dall’Euro”, commentava le manovre di Mario Draghi nelle vesti di Presidente della Banca Centrale Europea:

“Draghi? Mi dispiace che ci sia un italiano complice di un’Unione europea che vuole massacrare gli italiani. Andiamo a votare, questa idea viene prima di tutto. Non sono tre banchieri, tre massoni a tenere in ostaggio gli italiani. Votiamo, sarà il popolo contro i poteri forti”.

Oggi quel Draghi è diventato magicamente l’autorevole professore di assoluto prestigio con cui – dice – “condividiamo un’idea di Paese”.

E così anche i 209 miliardi di Recovery fund, che fino a poco tempo fa era una “fregatura grossa come una casa” (21 luglio) che indebiterà i nostri figli, è diventata un’occasione da non perdere:

“Preferisco essere nella stanza dove si decide come vengono usati i famosi 200 miliardi” ha detto.

E ai giornalisti che gli chiedono se è interessato a un posto da ministro, Salvini risponde che a lui “interessano le cose da fare, non le poltrone”. È la sua parola: chi siamo noi per non credergli?