Cultura e scienze

Ministri, tutte le volte che il Quirinale ha detto no a Palazzo Chigi

I precedenti del caso Savona: Maroni, Previti, Gratteri. E, a sorpresa, anche Darida

parcheggi quirinale

Lo stallo messicano tra Quirinale e Lega-M5S è un inedito della storia repubblicana? Il veto di Sergio Mattarella su Paolo Savona ministro dell’Economia è incostituzionale o anticostituzionale? Sui social network sono convinti di sì, perché che ne sa Mattarella che è stato solo presidente della Corte di Costituzione. Le vicende che hanno accompagnato le nomine dei ministri sono però lì a smentire l’esercito di piccoli costituzionalisti riuniti su Twitter: oggi a ricordare qualche fatterello è Repubblica in un articolo a firma di Concetto Vecchio. Il primo racconto riguarda Cesare Previti ed è relativamente famoso:

«Venne da me Silvio Berlusconi e mi disse: “Nomino ministro della Giustizia il mio avvocato, Cesare Previti”». Un giorno, lasciato il Colle, Oscar Luigi Scalfaro rievocò con divertimento quell’episodio del maggio ’94, il varo del primo governo del Cavaliere. Un momento storico di rottura, che ha una qualche rassomiglianza con quello odierno, dove lo scontro tra il Colle e i leader della maggioranza verte sulla nomina all’economia di Paolo Savona.

Scalfaro spiegò a Berlusconi che non esisteva alcuna norma scritta che vietasse a un premier di avanzare una simile proposta, anche perché, fino a quel momento, nessuno l’aveva mai giudicata minimamente possibile in una democrazia liberale. Il falco Previti, che in campagna elettorale aveva detto «vinceremo le elezioni e poi non faremo prigionieri», finì alla Difesa e Guardasigilli divenne Alfredo Biondi.

giuseppe conte squadra governo
Il totoministri della Stampa (21 maggio 2018)

L’altro precedente è datato febbraio 2014, quando il presidente Giorgio Napolitano sconsigliò a Matteo Renzi di proporre come Guardasigilli il procuratore anti ’ndrangheta Nicola Gratteri. Renzi twittò “arrivo arrivo”, ma si presentò con una lista e se ne uscì con un’altra. Sul foglietto i fotografi colsero questo appunto accanto al nome di Gratteri: «Magistrato in servizio». La motivazione con cui era stato cassato. Il pm confermò di essere stato fino all’ultimo nell’elenco dei 16 ministri in un’intervista a Riccardo Iacona di Presa Diretta. Al suo posto andò Andrea Orlando.

C’è poi un terzo caso, nel 2001. Quando, presidente Carlo Azeglio Ciampi, ci furono delle riserve sul nome del leghista Roberto Maroni alla Giustizia. «Il veto veniva dal Quirinale – spiegò Umberto Bossi al Tg3 – perché Maroni ha due processi derivanti dal codice Rocco». Il Senatur si riferiva ai procedimenti contro le camicie verdi, avviati dalla Procura di Verona: Maroni si era opposto alle perquisizioni nella sede della Lega. La moral suasion del Colle ebbe la meglio. Alla Giustizia andò Roberto Castelli. Maroni divenne ministro del Lavoro.

Francesco Cossiga, a cui Savona era legato e che l’allora Capo dello Stato voleva alla guida della Banca d’Italia, in un’intervista alla Stampa diede ragione al Quirinale su Maroni: «Se per veto si intende un avvertimento sull’inopportunità di una nomina questo rientrerebbe nelle competenze del capo dello Stato». E ricordò: «Pertini a me pose il veto per la nomina di Clelio Darida alla Difesa». Era il 1979. Anche nella Prima Repubblica si applicava l’articolo 92 della Costituzione.

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