Mimmo Lucano, una sentenza non cancella l’umanità

di Fabrizio Delprete

Pubblicato il 2021-09-30

Aspetteremo le motivazioni, certo. Aspetteremo gli altri gradi di giudizio, certo. L’amaro che abbiamo in bocca oggi, però, difficilmente ce lo leverà qualcuno

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Dovreste guardarlo negli occhi, prima di leggere questo pezzo e di rileggere la condanna che gli è stata inflitta.
Dovreste guardarne il sorriso bonario e innocente che come tatuaggio ha sempre avuto stampato sul viso, nella buona e nella cattiva sorte.Dovreste guardare il documentario su di lui, immergervi nella sua terra, sentire gli stessi odori che ha sentito per una vita. Dovreste vedere le pietre della sua Riace che da monoliti di malaffare, incuria e mafia sono diventate – per un breve ma splendente lasso di tempo – monumento sperato e voluto di legalità.

Dovremmo – avremmo dovuto – specchiarci tutti negli occhi di Mimmo, in questi anni.

Solo così potremmo forse capire l’assurdità di quanto pronunciato oggi dal Tribunale di Locri e anticipato, nei contenuti, da Repubblica. Tredici anni e due mesi. Tredici anni e due mesi di carcere. Tredici anni e due mesi.

Faccio fatica persino a leggere e a scrivere questa abnorme cifra di pena, specie se la raffronto a quanto accade di solito per altre condanne. Tredici anni e due mesi, quasi il doppio di quanto chiesto dal Procuratore Capo e dal P.M. Una assurdità, qualcosa di indicibile. Certo, aspetteremo di leggere la sentenza e di capire da quale botola giuridica possa essere uscita una sentenza simile. A leggere quanto riporta Repubblica, però, c’è da rabbrividire.

Perché Mimmo, in tutti questi anni e nelle attività a lui imputate, non si è mai arricchito. Mai. Non ha preso a sé neanche un centesimo. Hanno indagato per anni, pur di trovare qualche spicciolo intascato indebitamente. Ma niente. Zero. Così come, per dirne un’altra, l’appalto assegnato per la differenziata a Riace era regolare. Ma adesso sembra che anche gli asinelli su cui si faceva quella differenziata erano reato. Sì, avete letto bene. Il nobile asino, animale di quella terra utilizzato per raccogliere la differenziata (idea geniale e totalmente green) contemplato come reato.

Non si è arricchito, Mimmo. Non ha tratto alcun vantaggio personale, Mimmo. Dicono – evidentemente per giustificare questo impianto – che abbia tratto un vantaggio politico. “Dove e quando???”, mi viene da urlare. Perché Mimmo ha rifiutato vagonate di candidature (ecco, magari oggi sarebbe felice su uno scranno del parlamento, più protetto e sicuro). Non ha fatto lo showman, non ha riempito – come invece troppi altri indebitamente fanno – le televisioni e i giornali con la sua presenza. Avrebbe potuto. E di certo avrebbe avuto tanto da dire, e da fare. Ma non lo ha fatto.

Perché Mimmo, in tutta la sua esistenza, una cosa ha sempre e solo voluto fare: aiutare. Dare speranza. Dare riscatto. Dare una prospettiva e un futuro. A chi camminava scalzo dopo il viaggio della morte nel Mediterraneo.Alla sua terra, soprattutto. Perché di quel reato si è macchiato sì, Mimmo Lucano.Ha scardinato con le unghie e con i denti tutto il marcio che da decenni inquina la sua terra; lo ha ripulito, disinfettato e ne ha fatto modello. Un modello di cui ha parlato tutto il mondo, con ammirazione e rispetto.

Ma quel modello per l’Italia inquinata dall’odio sovranista non era esempio, ma nemico da combattere.
Hanno provato in tutti i modi a farlo cadere, Mimmo. Hanno avuto poca pietà anche mentre stava morendo il padre, che ha potuto abbracciare sconfitto solo all’ultimo.

Faceva paura, Mimmo. Fa paura, Mimmo. Perché ha mostrato come sia possibile accogliere senza arricchirsi, ma dando opportunità e crescita a tutte e tutti. La tegola che arriva oggi è devastante, lacerante e immeritata. Aspetteremo le motivazioni, certo. Aspetteremo gli altri gradi di giudizio, certo.

L’amaro che abbiamo in bocca oggi, però, difficilmente ce lo leverà qualcuno. Perché oggi ha perso la legalità. Ha perso il cambiamento. Ha perso la speranza. Nonostante una sentenza dica il contrario.

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