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"Forse non vuole essere confusa con la Premier League", l'affondo di Michele Serra su Giorgia Meloni | VIDEO

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Michele Serra

Il nuovo governo è nato. Sarà il primo nella storia della Repubblica italiana guidato da una donna che, però, ha deciso di non utilizzare i riferimenti femminili per la sua carica (nelle comunicazioni istituzionali), utilizzando il riferimento maschile (il Presidente del Consiglio e non la Presidente del Consiglio). E Michele Serra, nel suo editoriale a “Che Tempo che fa”, ha voluto sottolineare quella che, a tutti gli effetti, sembra essere un’incoerenza.

Michele Serra parla del nuovo governo guidato da Giorgia Meloni

Nel suo editoriale a “Che tempo che fa”, Michele Serra prova ad analizzare la genesi e i primi vagiti del governo Meloni:

“Abbiamo un nuovo governo. Scontato il giudizio politico: è un governo molto di destra, conseguenza scontata del fatto che le elezioni le ha vinte una coalizione di destra. Pensate che, almeno sulla carta, quello un po’meno di destra doveva essere Berlusconi, che ha la stessa concezione della politica di Tutankamen. Anche se ha qualche anno di più. Voglio dire che Tutankamen, quando governava, era molto più giovane di lui.
Difficile dire, invece, se sia davvero un governo di alto profilo, come annunciato alla vigilia. È un giudizio troppo legato ai diversi punti di vista: i ministri nominati sicuramente penseranno che il profilo del governo sia altissimo. Quelli che ci avevano sperato ma non sono stati nominati, penseranno che il profilo sarebbe stato alto solo se ci fossero stati anche loro. Noi ci limitiamo a dire, sportivamente, che per giudicare bisogna aspettare.
Per esempio, come facciamo a sapere se il signor Pichetto Fratin sarà un buon ministro dell’Ambiente? Le sue prime dichiarazioni ai giornali le ha fatte da ministro della Pubblica amministrazione. C’era stato uno scambio di nomi. Succede. Poi lo hanno avvertito, non sei ministro della Pubblica amministrazione, sei ministro dell’Ambiente. Lui è stato educatissimo, ha detto più o meno “va bene lo stesso, non è gentile stare troppo a sottilizzare”. Questo si chiama: spirito di servizio. Dunque aspettiamo con fiducia gli sviluppi.
Quella che possiamo fare subito, invece, è un’osservazione di tipo antropologico. Non ideologico, l’ideologia è troppo influenzata dalle passioni politiche, se chiedete a uno di destra se gli piace il governo dice di sì, uno di sinistra dice di no. Non è una discussione interessante. Anzi, è noiosissima.
L’osservazione antropologica è che nel governo c’è un intruso. Basta vedere le immagini, le fotografie, le riprese televisive. Salta subito agli occhi. L’intruso è una giovane donna bionda. Che cosa ci fa una signora di 45 anni alla guida di una compagine la cui età media, ho fatto i calcoli, è 61 anni?
Per i tre quarti i nuovi ministri sono maschi anziani. Il rimanente quarto è composto da femmine, in prevalenza anziane, ci si scusi la mancanza di riguardo. Che però non vogliono essere chiamate ministra. Vogliono essere chiamate ministro. Signor ministro. E questo, se la grammatica non è un’opinione, abbassa ulteriormente la presenza femminile nel governo. Anche la premier, la giovane signora bionda, non vuole essere chiamata la premier. La ragione non è chiarissima, secondo la Treccani premier, in italiano, è declinabile sia al maschile sia al femminile. Dunque perché non la premier?
Forse non vuole essere confusa con la Premier League. O forse, cosciente di essere un intruso, cerca di non dare troppo nell’occhio. Cerca di mimetizzarsi almeno un poco, in mezzo a tutti quei maschi di potere. Avete tutti sicuramente presente l’immagine di lei in mezzo ai due signori che l’hanno accompagnata al Quirinale. Uno alto e uno basso. Non si capiva bene se le facevano corona, da cavalier serventi, o se la tenevano a bada, come i due gendarmi. Uno, quello più anziano, mentre parlava lei faceva le facce, tipico espediente del comprimario che cerca di farsi notare, seccato che qualcuno gli abbia rubato la scena. L’altro, impassibile, sembrava più rassegnato al suo ruolo di vice. Il vice di una donna.
Come andrà a finire, nessuno può saperlo. Nemmeno la premier, che sicuramente si sta domandando, e non da oggi, come riuscire a sopravvivere a tutti quei maschi senza diventarlo a sua volta. Sarebbe tremendo, per una donna di destra, correre il rischio di un percorso transgender”.

Un affondo dialettico per una scelta che sembra più rincorrere vecchie battaglie social sul linguaggio inclusivo (tra il femminile e il maschile) che una vera e propria esigenza comunicativo-istituzionale.