Economia

Matteo Renzi e il veto dell'Italia al Fiscal Compact

matteo renzi premier

«Pensiamo che l’Italia potrebbe mettere il veto all’ipotesi di includere il Fiscal compact nei Trattati»: il miliardesimo annuncio sul Fiscal Compact lo fa chiudendo a Bruxelles la sua campagna elettorale per le primarie del Partito Democratico. Ma Matteo Renzi da anni parla di Fiscal Compact e ribellioni all’Unione Europea: sarà arrivato o no il tempo del fare? «Di austerità e basta si muore», ha detto oggi. «Noi abbiamo iniziato a far scendere le curve e siamo stati più rigorosi di Mario Monti. Abbiamo chiesto flessibilità e scelto una curva di discesa (del deficit) meno ripida. Noi però abbiamo ridotto il deficit rispetto ai tempi di Mario Monti. Non possiamo andare al ristorante e lasciare da pagare alle generazioni successive, lasciare il chiodo».

Matteo Renzi e il veto dell’Italia al Fiscal Compact

Non è la prima volta che Renzi parla del fiscal compact. I primi segnali di ostilità erano arrivati all’epoca della preparazione della prima legge di stabilità del governo Renzi. Anche il ministro Padoan all’inizio dell’anno aveva mandato segnali forti in tal senso mentre sempre Renzi aveva fatto trapelare alcune ipotesi di reinterpretazione del Patto di Bilancio Europeo. Il Fiscal compact è un trattato intergovernativo, pensato dopo il panico sui mercati del 2011, e firmato il 2 marzo 2012 da tutti i membri Ue (tranne Regno Unito, Croazia e Repubblica Ceca): impone una serie di regole con una versione più rigida del patto di Stabilità. In particolare, ai Paesi con un debito superiore al 60% del PIL (tra cui l’Italia) impone di ridurre il deficit strutturale dello 0,5% l’anno. Inoltre, il deficit non può superare il 3%. Il pareggio di bilancio strutturale, calcolato al netto del ciclo e delle una tantum, era previsto in origine nel 2014 ma è slittato al 2019.
renzi fiscal compact 4
All’Italia il Fiscal Compact fa paura perché chiede che venga ridotta di un ventesimo la parte del rapporto debito pubblico/Pil che supera il 60%. Il che si traduce (a parametri di debito, Pil e inflazione invariati) in manovre da oltre 50 miliardi di euro l’anno. Keynesblog ha calcolato qualche tempo fa l’ammontare del fiscal compact negli anni a venire secondo quanto ci siamo impegnati a fare. «Su questa base, piuttosto ottimista, abbiamo calcolato a quanto dovrebbe ammontare l’avanzo primario nei conti pubblici per poter arrivare, nel 2035, all’obiettivo di rapporto debito / Pil pari al 60%. Come si vede dalla tabella che segue, l’ammontare assoluto del debito continuerebbe a crescere fino al 2021 per calare soltanto in seguito. Ma, soprattutto, per portare nell’arco del periodo esaminato l’incidenza del debito pubblico al 60% del Pil, occorrerebbe realizzare (e mantenere per quasi vent’anni) un avanzo primario non inferiore al 4,5% del prodotto (comunque supposto in crescita in termini monetari). E tale risultato dovrebbe essere ottenuto mediante un maggior prelievo fiscale ed una minore spesa pubblica con ricadute devastanti sulla dinamica del Pil, che ben difficilmente potrebbe mantenersi sul ritmo di crescita ipotizzato dell’1,6%.».

Chi ha votato il Fiscal Compact?

Ma con chi ce l’ha Renzi quando parla di chi lo ha votato nel passato? Di certo ce l’ha con chi lo ha fatto all’interno del suo partito. Nel dettaglio, vediamo da Openpolis il voto dei gruppi alla Camera:
fiscal compact chi ha votato
Questo invece il voto al Senato:
fiscal compact senato
 
Possiamo quindi vedere che a favore votarono il Partito Democratico, il Popolo delle Libertà (con poche defezioni), Futuro e Libertà, Popolo e Territorio (gli ex Responsabili), l’Unione di Centro. Votò No la Lega Nord. L’Italia dei Valori si astenne. La Lega ha votato a favore del pareggio in bilancio in Costituzione che è il punto più importante del Fiscal Compact. Renzi quindi è tornato su un suo cavallo di battaglia, usando concetti che aveva ribadito anche da premier, soprattutto in occasione dei momenti di frizione con l’UE per le manovre.