La macchina del funky

Massimo De Rosa (M5S) e i soldi all’ex dipendente per tacere

massimo de rosa m5s

Dopo il caso di Micaela Campana, Thomas Mackinson sul Fatto Quotidiano racconta un’altra storia di risarcimento nei confronti di un collaboratore licenziato: si tratta di quello dell’attuale candidato alla Regione Lombardia ed ex deputato Massimo De Rosa del MoVimento 5 Stelle. De Rosa è il grillino che apostrofò le colleghe PD come “brave a far pompini” e il suo assistente si chiamava Enrico Vulpiani, risarcito con 12mila euro ma con clausola di riservatezza, forse in omaggio alla #trasparenzaquannocepare di cui sono alfieri quelli della Giunta Raggi.

DAL 3 GIUGNO 2013 tra De Rosa e il collaboratore sussisteva il “classi co”contratto a progetto che – a detta del lavoratore – celava un comune rapporto di lavoro subordinato, con tanto di richiami disciplinari via email.

Finché il 31 dicembre 2015 il parlamentare licenzia in tronco l’assistente, che promuove un giudizio davanti al Tribunale del lavoro dal quale si era appreso che l’onorevole aveva approfittato dell ’odiatissimo (e renzianissimo) JobsAct e della conseguente abrogazione del contratto a progetto non già per convertirlo in un rapporto ordinario subordinato, ma per interromperlo unilateralmente, incarnando così perfettamente la grande accusa che i pentastellati rivolgevano alla riforma: non avrebbe creato posti di lavoro ma fatto cessare quelli in essere.

De Rosa resta della stessa linea: “Quando cambiò la legge avevo due assistenti e non avrei potuto convertire entrambi i rapporti in modo stabile, l’ho fatto con uno facendogli anche un contratto a tempo determinato con tutte le tutele senza usufruire degli incentivi del Jobs Act che stavamo contestando. L’altro si è risentito, ma la cosa ora è risolta di comune accordo. In ogni caso non è vero, come hanno scritto i giornali, che gli avevo fatto firmare dimissioni in bianco. E in generale ritengo chele assunzioni dei collaboratori vadano gestite direttamente dalla Camera e non dai singoli deputati”.

Alla prima udienza, anche su sollecitazione del giudice, le parti sono state invitate a trovare una conciliazione giudiziale racchiusa in un accordo che il Fatto è in grado di svelare con cifre e clausole. Che di fatto ribalta i termini della questione: il datore che voleva essere risarcito dal lavoratore gli verserà 9 mila euro a fronte della pacifica conclusione della contesa, più 3.600 euro come contributo per spese di lite.

La richiesta era di oltre 21 mila euro a titolo di differenze retributive, contributive, accantonamenti per il tfr etc. Le parti convergeranno intorno a metà della somma. Ma non c’è solo questo. Al punto 6 l’accordo contiene una clausola del silenzio che spiega perché non se ne era saputo più nulla: “Le Parti – si legge nel documento – si impegnano reciprocamente a mantenere strettamente riservato il presente accordo e non diffonderne né il testo né il contenuto a terzi”.

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