Opinioni

Mario Monti gliele canta a Matteo Renzi

Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha ripetutamente affermato che le difficoltà attuali del sistema creditizio italiano sono dovute all’inazione dei governi precedenti, prendendosela soprattutto con Mario Monti ed Enrico Letta. Oggi Monti in una lunghissima lettera al Corriere della Sera respinge ogni accusa e se la prende con l’attuale premier:

Capisco che Renzi guardi al bail-out con nostalgia, perché il costo degli infortuni o delle malefatte delle banche veniva messo a carico dello Stato, che non vota, mentre i cittadini, che votano, venivano salvaguardati. Ma questa legittima, anche se a mio giudizio pericolosa visione della finanza pubblica, non lo esime dal prendere nota, magari rigettandole con argomentazioni, delle ragioni con le quali ho spiegato più volte perché il mio governo non fece quanto egli ci rimprovera di non avere fatto. In estrema sintesi:
1) A parte Mps, per il quale intervenimmo, il sistema bancario italiano nel 2011-13 non presentava particolari problemi e non domandava aiuti.
2) Se l’avessimo sostenuto con fondi dello Stato, avremmo aggravato la già precaria situazione dello Stato medesimo, con il probabile default. In tal modo, per risolvere un problema non esistente, ne avremmo creato uno gigantesco. Essendo gli attivi delle banche largamente investiti in titoli di Stato, con la geniale idea oggi sbandierata da Renzi avremmo travolto sia lo Stato sia le banche. In altre parole: invece di evitare all’Italia il disastro greco dello Stato, avremmo cumulato tale disastro con quello spagnolo delle banche (quelle sì, bisognose di aiuti).
3) Se invece avessimo chiesto all’Europa aiuti per le banche italiane, ce li avrebbero negati, perché Fmi e Ue consideravano piuttosto solido il nostro sistema bancario. Se per assurdo li avessimo chiesti e ce li avessero accordati, il governo italiano avrebbe messo l’Italia in condizioni di subalternità in Europa, allora e per anni: né io, né Letta, né Renzi saremmo stati in condizione di esercitare la minima influenza per migliorare le politiche europee.

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Invece, almeno per quanto mi riguarda, un’Italia che aveva ristabilito da sé la propria credibilità e il credito dello Stato nei mercati ha potuto esercitare una forte pressione nella primavera del 2012 perché si arrivasse, come avvenne al Vertice dell’eurozona del giugno 2012, a far partire l’Unione bancaria e a far dichiarare accettabili da tutti i capi di governo interventi di stabilizzazione del mercato dei titoli di Stato (scudo antispread) per i Paesi in linea con le raccomandazioni concordate in sede europea. Questa fu, come è noto, la premessa politica che aprì la strada alle dichiarazioni di Mario Draghi del luglio 2012 e alla decisione della Bce del settembre 2012 di creare lo strumento Omt (Outright Monetary Transactions), traduzione operativa dei principi adottati dal vertice di giugno. Se per caso Renzi o altri volessero di nuovo ricorrere al ritornello «doveva farlo il governo Monti», mi aspetto che spieghino in che cosa obiettano a queste mie semplici considerazioni. L’intervista di Renzi, oltre alla ripetuta (ribollita, mi verrebbe da dire) critica sulle banche, conteneva un nuovo capo d’accusa a noi «predecessori». Avremmo disseminato di trappole il cammino finanziario di Renzi, con diverse clausole di salvaguardia. Non voglio annoiare i lettori con spiegazioni tecniche e ragionamenti numerici. Mi limito a riprendere quanto è stato scritto oggi da diversi commentatori. Su un totale di 16,8 miliardi di clausole di salvaguardia disinnescate nel 2016, 3,3 miliardi erano stati inseriti dal governo Letta nella legge di Stabilità 2014. Il resto erano clausole inserite dal governo Renzi nel 2015.