Opinioni

Lockdown Italia – Cronache da un Paese in Quarantena: 34. Il Brando

Piani per l’estate. Confino per confino. Il primo giorno di scuola. Il Brando e la nana. Le vie dell’amore. Il 4 maggio.

Giovedì, 30 aprile 2020.

Ho fatto sentire a Stefania un assaggio della musica che ho buttato giù. Dice che è una figata. Esagera. Devo ancora metterci mano, sistemare gli arrangiamenti, ma già mi assicura che quando le darò il via libera manderà tutto a Shenzen, raccomandandosi che la mia musica venga utilizzata per la sfilata in streaming.

Mi ha anche detto quanto intende chiedere. A me sembrano un sacco di soldi, ma lascio fare a lei, che davvero non ci capisco nulla di come funziona in quell’ambiente.

Mi basta passare il tempo in garage, a comporre, senza pensare ad altro. In fondo, a casa o in garage, non è che cambi poi molto, sempre rintanati siamo. Però, al buio, mi concentro di più.

La mattina mi alzo, canticchio “We’re a garage band, oh oh oh. We come from garage land, oh oh oh” poi scendo giù, sotto gli occhi sconcertati di mia madre, che sostiene che sto diventando troppo pallida.

Eh, ci fosse almeno un terrazzo per stendermi al sole, ecco che ne approfitterei, ma non c’è.

Oggi, a pranzo, ho cominciato a ipotizzare cosa si potrebbe fare quest’estate. Al mare è più probabile che si creino assembramenti, meglio la montagna. Va a sapere quali potranno essere le restrizioni, però, una casetta sugli appennini reggiani si potrebbe rimediare, senza spendere troppo. Almeno lassù fa fresco, quando in pianura si schiatta dal caldo e dall’umidità che regna sovrana in val Padana.

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“Vedi che sono stata furba a mettere in casa il condizionatore!” cinguetta mia madre.

Sì, certo, ma un’estate tappata in casa, seppur con l’aria condizionata, davvero non so, se la reggo. Così, abbiamo pensato a diverse ipotesi, restando all’interno della regione, anzi della provincia, che va a sapere se mia madre sarà mai autorizzata a spostarsi più di tanto. Alla sua età, rientra tra i soggetti a rischio.

Un tempo, i miei erano abituati ad andare a Vetto, un paesino a 400 metri d’altitudine. In casa, abbiamo anche un superotto con me e Luciano in carrozzina, in riva all’Enza. Non saprei rammentare quante volte i miei ci hanno chiesto di raggiungerli là, d’estate. Luciano qualche volta l’ha fatto, in sella alla sua bicicletta. Dopo due o tre giorni, mi diceva sempre, si vedeva costretto a scappare. Che c’era il serio rischio di spararsi, in quel paesello zeppo di pensionati. Oggi, non vedo altre alternative. Confino per confino, tanto vale passarlo al fresco.

“No. A Vetto non ci voglio andare” sentenzia mia madre.

Troppi ricordi con papà. La capisco. Ma non c’è solo Vetto, sugli appennini. Forse, si può rimediare qualcos’altro. Ho un amico che si è stabilito da quelle parti, da anni, dopo che l’hanno beccato a spacciare marijuana. Che poi, spacciare… Diciamo che coltivava qualche piantina e poi ha avuto la bella pensata di offrire qualche fogliolina in giro. E in un paesino di montagna, non c’è voluto molto perché qualcuno facesse la spia. Una mattina, mentre insegnava ginnastica a scuola, sono venuti a pigliarlo i carabinieri.

Che follia. Ci sono ancora leggi davvero assurde, in sto Paese.

Sì, lo devo proprio chiamare, il Brando. Non lo vedo da secoli, ma gli voglio un sacco di bene. Ci siamo conosciuti da piccoli, alle elementari. E mi ricordo sempre il primo giorno di scuola.

Ero arrivata in ritardo, per colpa di mia madre, e quando sono entrata in classe, vedendo che tutti erano già seduti ai loro banchi, mi sono sentita sprofondare, dalla vergogna. Non so bene perché. La maestra non mi ha rimproverata, ma sentire addosso tutti quegli occhi, di quelli che sarebbero diventati i miei compagni di classe, mi ha fatto tremare il mento e le gambe. Non era il modo giusto per iniziare. E mi sono messa a piangere.

Il Brando non ci ha pensato su un secondo. Mi conosceva dall’asilo. E’ scattato in piedi e ha preso la mia cartella per infilarla sotto l’unico banco che era rimasto vuoto. Solo che la cartella non entrava.
“E’ troppo cicciona” mi ha detto, per scusarsi. E da quel momento è diventato come un fratello.

Negli anni, mi è capitato spesso di dover prendere le sue difese. Era l’unico meticcio in paese. Nato a Panama, dalla relazione tra suo padre e una donna del luogo. Il colore della sua pelle era diventato oggetto di scherno, quando ancora l’Italia era un Paese di soli bianchi e lui, l’unico Calimero.

Una volta, presi a unghiate un ragazzino stronzo che aveva osato prenderlo in giro. Forse, fu proprio quella volta che il Brando prese quel soprannome, che poi è strano, perché a quell’età nemmeno lo conoscevamo Marlon Brando, ma si vede che qualcuno se ne uscì con sta idea, visto che mi aveva difeso davanti al preside, dicendo che se avevo graffiato in faccia quel ragazzino, lo avevo fatto solo per difendere lui. E per questo non ricevetti alcuna punizione.

Ci perdemmo di vista alle medie e ci ritrovammo alle superiori. Prendevamo lo stesso autobus, alle sette del mattino, per andare al liceo scientifico di Carpi.

Col tempo, il Brando aveva imparato a difendersi. Era diventato un ragazzone alto, forte e bello, e se non siamo mai andati a letto è giusto perché avrei pensato di scoparmi un fratello.

Diventando grandicelli, certe meschinerie tipiche dei bambini, erano sparite. A diventare aggressivo, invece, era diventato proprio lui. Ricordo che in autobus, sia all’andata che al ritorno, aveva preso di mira una ragazza molto minuta, davvero bassa di statura. Sarà perché ci teneva a vestirsi in modo provocante, con la minigonna e le calze a rete, fatto sta che il Brando l’aveva presa di mira.

“Sei alta un metro e un cazzo. Guardati allo specchio. Hai le gambe corte. Dove cazzo vuoi andare con quella minigonna.”

Un giorno, non ci ho visto più. L’ho preso da parte e gli ho detto che doveva finirla con quell’atteggiamento del cazzo.

“Perché lo fai? Si può sapere?”
“Ma dai su, è una nana…”
“E tu sei un negro. Allora?”

Lì per lì, il Brando non mi ha saputo rispondere. Eravamo seduti su una panchina di marmo, dei giardini comunali. Soli. Io e lui. Ho visto i suoi occhi inumidirsi di lacrime. Il mento che gli tremava, come a me, quel primo giorno di scuola.

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Poi, ha buttato fuori di tutto. Di come fosse cresciuto sentendosi diverso. Diverso da tutti, solo a causa del colore della sua pelle. E di come questo lo avesse portato a reagire, per mettere tutti in riga.

“E a prendertela con i più deboli di te” ho aggiunto io. Perché questo stava facendo. Davanti a una come Giovanna, la più figa della classe, col cazzo che si sarebbe comportato così.

Non ha saputo rispondermi, ma si vede che ci ha pensato su. E bene.

Il giorno dopo, regalò un mazzo di margherite alla nana, come la chiamava lui. Lei lo prese e lo gettò fuori dal finestrino dell’autobus. Che certe angherie non si cancellano con un mazzolin di fiori. Poi però diventarono amici. Forse anche qualcosa di più. Che a vederli passeggiare assieme, lui alto due metri e lei un metro e cinquanta, facevano sorridere.

Le vie dell’amore, si sa, sono infinite. Tortuose, instabili, sorprendenti. Come il messaggio che arriva da Alberto. Inusuale, visto che non ama molto usare whatsapp.

“Il 4 maggio preparati. Potrò finalmente venire a trovare un congiunto.”
“Siamo congiunti?”
“Direi.”

Ha in mente una sorpresa, Alberto. Già l’ho capito. Ho più di un sospetto. Però non lo dico. Voglio aspettare il 4 maggio.