Economia

«Se l’Italia non cresce, valuti l’uscita dall’euro»

clemens fuest

Clemens Fuest, presidente dell’Istituto Ifo di Monaco, fa parte con i commissari Ue Frans Timmermans e Pierre Moscovici del «gruppo di alto livello» guidato da Mario Monti, incaricato di ridisegnare parte del bilancio dell’Unione. In un’intervista rilasciata a Federico Fubini del Corriere della Sera e che oggi farà discutere, Fuest parla di fuga di capitali dall’Italia

Perché lei parla di «fuga di capitali dall’Italia» in riferimento al deficit crescente del Paese in Target 2, il sistema dei pagamenti interbancario dell’area euro?
«A luglio il saldo negativo dell’Italia in Target 2 era di meno di 292 miliardi di euro, ma in ottobre era salito a 355».
È un deficit del 22% del Pil, mentre in Spagna supera il 30% e, correttamente, non ci si preoccupa.
«In Spagna l’aumento è stato da 293 a 313 miliardi».
Eppure sulla Spagna non si parla di «fuga di capitali». Sono effetti degli interventi Bce. In più in Italia i depositi bancari salgono del 3,5%. Come fa a dire cose del genere?
«È un fatto che la liquidità sta lasciando l’Italia, l’aumento dei saldi di Target 2 ne è la prova. I venditori esteri di titoli di Stato italiani alla Banca d’Italia potrebbero comprare altro nel vostro Paese ma non lo fanno. Questa la chiamo una fuga di capitali. Lo stesso accade in Spagna ma a velocità molto minore. Non c’è modo di provare che i timori legati al referendum abbiano determinato queste scelte, ma quali altre spiegazioni esistono?»

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Sul Target2 in effetti c’è dibattito tra chi sostiene la tesi di Fuest e chi invece dice che «l’attuale dinamica dei saldi TARGET2 invece di riflettere il timore di rottura della zona euro, riflette piuttosto le diverse decisioni di investimento degli operatori dei vari Paesi. E gli operatori italiani, stante la ripresa ancora alla porta ed i tassi estremamente bassi sui titoli a reddito fisso, preferiscono andare alla ricerca di rendimenti più interessanti all’estero. La liquidità per fare ciò, se non la trovano sul mercato internazionale, gli viene semplicemente fornita dalla Banca d’Italia». Ma è la risposta sull’Italia nell’euro la più interessante:

Lei dice anche che se l’Italia lasciasse l’euro ci sarebbe un’altra crisi, ma sarebbe sempre meglio di una stagnazione permanente e di «una continua dipendenza dai trasferimenti da altri Paesi». Pensa che l’Italia debba valutare l’uscita dall’euro, se non riesce a crescere?
«Sì. C’è un forte interesse dell’Europa nel suo complesso nel tenere l’Italia nell’euro, ma questo è accettabile per la popolazione italiana solo se il Paese riesce a tornare a livelli soddisfacenti di crescita. L’Italia deve riuscirci attraverso miglioramenti della competitività e riforme. Se poi risulta che l’euro è un ostacolo alla crescita in Italia, sembra preferibile che il Paese lasci l’euro. Certo, è una decisione che deve prendere il governo italiano».
Quanto sono presenti idee del genere negli ambienti di politica economica in Germania oggi?
«Le preoccupazioni per la stabilità dell’euro sono molto presenti e c’è un’opinione diffusa che l’alto livello di debito pubblico e la bassa crescita sollevino interrogativi sul fatto che l’Italia voglia restare nell’area euro. C’è anche la preoccupazione che, se l’Italia avesse bisogno di finanziamenti dall’esterno, altri Paesi dovrebbero sopportare il costo del debito italiano. Come per la Grecia».

In effetti la narrazione noeuro in Italia sostiene che la Germania vuole tenerci nell’euro perché le conviene a nostro danno. Fuest, invece, ad occhio non vede l’ora di sbatterci fuori. C’è qualquadra che non cosa.

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