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L’imprenditore di Bergamo che paga gli operai per leggere

Si chiama Danilo Dadda, 56 anni, l’Olivetti orobico, e durante il lockdown ha avuto un’idea visionaria: un bonus per ogni libro letto dai suoi operai e condiviso coi colleghi. “Chi lavora con te deve diventare migliore di quando ha cominciato”

Questa storia arriva da Mapello, provincia di Bergamo, dove esiste un’azienda, la Vanoncini, in cui leggere e condividere il libri sul posto di lavoro non solo è tollerato ma addirittura incoraggiato. Merito di un amministratore delegato illuminato di nome Danilo Dadda che, a 56 anni, ha deciso di trasferire la sua passione atavica per i libri direttamente nella società che dirige. Tutto è cominciato nel marzo 2020, in concomitanza col primo lockdown, quando Dadda realizza che, per uscire dal clima plumbeo di isolamento e paura, ha deciso di condividere “bellezza, cultura, esperienza ed emozioni”. In una parola: libri. Di ogni genere, dai romanzi ai saggi, dalle inchieste ai reportage, dalle biografie ai classici, senza distinzioni né soluzioni di continuità. La formula è semplicissima e innovativa: un extra di 100 euro per ogni libro letto e condiviso coi propri colleghi, attraverso vere e proprie schede di lettura, con un bonus per i volumi in lingua inglese. Il tutto rigorosamente in orario di ufficio, perché – ne è convinto Dadda – “chi lavora con te deve diventare migliore di quando ha cominciato, perché l’imprenditore ha anche un ruolo sociale”.

“Una volta a settimana c’è la presentazione del libro letto, fissata prima di una riunione commerciale o tecnica” ha spiegato Dadda. “Per un’ora si condividono emozioni e ci si conosce meglio: così si migliora il clima di lavoro, la squadra si fa più coesa, è qualcosa che va oltre ogni aspettativa”.

Più che un imprenditore visionario, un Panda in un Paese in cui la Sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni (Lega, e chi se no?) si vanta di non aver letto neanche un libro negli ultimi tre anni. Non a caso chi lo conosce lo ha ribattezzato anni fa l’Olivetti orobico, per la sua intuizione di considerare la soddisfazione, il benessere, la crescita individuale dei propri operai e dipendenti come la pietra angolare attorno a cui costruire un ambiente di lavoro stimolante e produttivo. E non c’è nulla che apra di più la mente della lettura, specie in un momento storico in cui gli spazi sociali e di vivibilità si sono quasi azzerati. Eppure neanche Dadda, quando ha lanciato l’iniziativa, si aspettava una risposta così entusiastica da parte dei dipendenti, che hanno aderito al progetto con tassi di partecipazione che superano il 50% (anche se – spiega Dadda – “non ho percepito un interesse per soldi”). Non è raro, dunque, alla Vanoncini di Mapello, trovare operai e geometri che si scambiano pareri sull’ultimo saggio di Harari o su un romanzo di Dostoevsky.

Ci hanno ripetuto alla nausea che con la cultura non si mangia. Danilo Dadda non solo ci ha dimostrato che sbagliavano, ma che i libri elevano, migliorano, sono contagiosi, e che non è mai troppo tardi. Uno così, in questo Paese falcidiato dal vanto e dall’ostentazione dell’ignoranza, meriterebbe un monumento.