Economia

L'ATAC a un passo dal fallimento

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Nella mattinata di mercoledì scorso il neo amministratore unico dell’ATAC Manuel Fantasia ha ricevuto presso la sede di via Prenestina i rappresentanti di MPS, BNL,Unicredit e Intesa Sanpaolo. Sono le quattro banche che in pool hanno un’esposizione residua a breve termine, verso la partecipata del Campidoglio, per 162,2 milioni. Il problema è il solito: l’ATAC è senza soldi. Senza fondi, e non è una novità. Con il rischio di default, e questa è più o meno una novità. Il 2015 si è chiuso con 70 milioni di perdite, ma il problema è un altro: i soldi che la municipalizzata dei trasporti deve dare indietro agli istituti di credito.

La data segnata in rosso sull’agenda a questo punto diventa il 15 ottobre quando scade la proroga del termine originario (15 aprile). Il fronte delle quattro banche è compatto. Con i tempi che corrono non ci può essere flessibilità da parte degli istituti. Le banche hanno ormai pochi margini di discrezionalità con i clienti per le regole della Bce sul rispetto dei rapporti tra attivi e capitale. Si aggiunga che non è la prima volta che l’Atac chiede rinnovi. Il finanziamento attuale da 162 milioni nasce da una rimodulazione, avvenuta il 18 ottobre 2013, di un’esposizione per 208 milioni. Questo nuovo contratto rivedeva quello precedente ed è stato concesso fino all’aprile scorso.
In teoria è prorogabile fino al 3 dicembre 2019, data di scadenza del contratto di servizio con Roma Capitale. A fronte del rinnovo,le banche avrebbero ottenuto alcune garanzie, come ipoteche sugli immobili conferiti dal Campidoglio in conto aumento di capitale. La proroga di altri tre anni al 2019 però non è automatica, ma è subordinata al rispetto di parametri finanziari (in gergo covenants) che regolano il rapporto tra la posizione finanziaria netta e l’ebitda, che è l’indicatore della capacità di generare reddito.

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ATAC ai raggi X (Il Messaggero, 5 agosto 2016)

E qui la storia si fa interessante, perché si va ad incrociare con l’ormai famosa lettera di Rettighieri all’assessora Meleo e nella conferenza stampa d’addio, nella quale l’ex manager dell’ATAC si lamentava delle modifiche al piano industriale chieste dai grillini, e in particolare del blocco del piano di dismissione degli immobili di proprietà dell’azienda. Perché quel piano sta tornando “in auge”, come si suol dire, visto che è l’unico argine alla richiesta di rientro dei prestiti da parte delle banche:

L’ebitda di Atac è negativo, il rapporto con i debiti netti non viene rispettato. Quindi se entro ottobre la società non paga il debito, le banche potrebbero metterla in default, intimandole di versare il dovuto entro un termine (di solito 15 giorni). E se il debito non viene estinto, partono le procedure esecutive con l’avvio della cessione degli immobili in garanzia. Inutile dire che in Campidoglio ci sia preoccupazione per una vicenda che rischia di spingere Atac verso il fallimento, ma anche di danneggiare l’amministrazione comunale, che ne è azionista al 100%. Il dossier è sulla scrivania dell’assessore ai Trasporti, Linda Meleo, e del presidente della Commissione Mobilità,Enrico Stefano. Si studiano diverse ipotesi: dalla possibilità di un prestito del Comune per consentire ad Atac di saldare, gradualmente,il debito con gli istituti alla dismissione dei vecchi depositi non più utilizzati. Un’operazione immobiliare che, da sola, potrebbe valere quasi 100 milioni di euro e che potrebbe essere usata proprio come garanzia con le banche, per strappare un’ulteriore proroga. In Comune sperano di non arrivare alla rottura con gli istituti. Ma il tempo, ormai,staperscadere.

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