Economia

La Grexit di domenica: dracma o euro per Atene?

uscire dall'euro

Cinque giorni. Questo il tempo massimo concesso dall’Unione Europea ad Alexis Tsipras e alla Grecia prima di cominciare a studiare il piano per la Grexit. Il premier, che oggi parlerà al Parlamento Europeo e si appellerà ai partiti socialisti del Vecchio Continente per ricevere l’aiuto necessario a sopravvivere nell’euro, ha in mente la scadenza di giovedì, il giorno entro il quale deve presentare un piano che l’UE vuole discutere e approvare entro domenica. Altrimenti? “Non escludo alcuna ipotesi”, al punto che “abbiamo preparato uno scenario di ‘Grexit’ alla Commissione Ue, così come uno di aiuti umanitari, ma quello che preferisco è uno scenario per mantenere la Grecia nell’eurozona”dice il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker dopo l’eurosummit. Della stessa opinione è François Hollande, che pure era descritto come il poliziotto buono della trattativa. Due scenari possibili: la Grexit di domenica, o l’accordo.

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Il ritorno della Grecia alla dracma (Financial Times, 30 giugno 2015)

LA GREXIT DI DOMENICA O L’ACCORDO
Il governo chiede un prestito ponte da sette miliardi di euro per far fronte ai debiti di scadenza e un aiuto di 36 miliardi in due anni. L’Eurogruppo chiede in cambio un cronoprogramma di riforme, e per attuarla Tsipras e Tsakalotos hanno ripreso in mano l’ultima proposta fatta dal presidente della Commissione Jean Claude Juncker. Ma, se le notizie fin qui sono concordi, da qui in poi divergono. Perché “l’ultimo piano” di Juncker può essere la proposta sul tavolo due settimane fa, quando poi Tsipras convocò il referendum, o quella della trattativa per evitare la consultazione e che prevede la ridiscussione del debito. La prima proposta diverge dalla seconda proprio su questo ultimo punto, e avendo sempre chiesto il governo greco la ridiscussione, è più probabile che Tsipras si riferisca a questa. Scrive Lorenzo Salvia sul Corriere:

Su quel testo il governo sta lavorando di lima, sottraendo riforme o sacrifici (dipende dai punti di vista) che valgono circa un miliardo di euro. Il punto considerato più importante è l’Iva agevolata per gli alberghi e le strutture turistiche, che dovrebbe restare al 13% senza salire di 10 punti come chiesto all’inizio dall’Eurogruppo. Atene chiede anche il mantenimento dello sconto generale del 30% dell’Iva per le isole. Il vero nodo, però, riguarda la ristrutturazione del debito. Già prima del referendum c’erano state sul punto diverse formulazioni: la richiesta di Atene è che non ci si limiti a una dichiarazione di principio ma che a Bruxelles venga preso un impegno concreto. Il governo Tsipras chiede che l’imposta sulle società resti al 26%, senza salire al 28%. Mentre, rispetto al piano Juncker, vengono dimezzati tutti gli aumenti dei contributi chiesti per garantire l’equilibrio del sistema pensionistico. Più salato, invece, l’aumento delle imposte sulla pubblicità televisiva, da 100 a 140 milioni in due anni. Una «vendetta», secondo alcuni, visto che tutte letelevisioni private hanno appoggiato il Sì al referendum. Per contrastare la fuga degli armatori verso Cipro, già cominciata nelle ultime settimane, verrebbe limato anche l’aumento delle imposte sugli yacht. Non si sa ancora di quanto, però.
Per compensare lo sconto potrebbe salire, da 260 milioni di euro in due anni ad almeno 300, il gettito aggiuntivo da incassare attraverso lotterie e gratta e vinci, che qui vanno fortissimo. Ultimo capitolo le spese militari. Nel piano in arrivo c’è un taglio di 300 milioni di euro che però dovrebbe riguardare gli armamenti e non gli stipendi dei soldati.Non si tratta solo di numeri. Pochi giorni prima del referendum il ministro della Difesa Panos Kammenos, inquota al partito di destra Anel, si era presentato in tv dicendo che l’esercito era pronto a garantire la sicurezza nazionale. Molti hanno visto in quell’apparizione un no ai tagli in casa propria. Non sarà più l’epoca dei colonnelli ma ancora adesso, in Grecia, i militari hanno una certa influenza. E quella voce balla.

La lista dettagliata di riforme deve invece arrivare entro giovedì, ma deve contenere qualcosa in più rispetto all’ultima offerta dei creditori, spiega la Merkel. In pratica sarebbe considerato un gesto di buona volontà se il Parlamento greco adottasse già nei prossimi giorni le prime misure, come ha spiegato il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan al termine dell’Eurogruppo di oggi che si è aggiornato a domani e che molto probabilmente sarà di nuovo riunito sabato per valutare le proposte greche prima dei leader.

L’Europa è ferma alla proposta dei creditori (Bce-Ue- Fmi) modificata per l’ultima volta il 26 giugno e rifiutata dal premier greco Alexis Tsipras. Prevede una serie di riforme urgenti per rendere il Paese solvibile sul lungo termine. Quattro i punti principali a cui la Commissione Europea presta estrema attenzione: la previdenza, il lavoro, il fisco e le privatizzazioni. Bruxelles spinge per un innalzamento dell’età della pensione a 67anni (e a 62 per chi ne ha 40 di contributi) entro il 2022. La Grecia avrebbe accettato, procrastinando però l’entrata in vigore della riforma a chi andrà in pensione dopo il 31 ottobre. Irricevibile per la Ue, che vuole un cambio di passo immediato.

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Grexit e dracma: l’infografica della Stampa sul debito di Atene

 
E SE TORNA LA DRACMA?
Lo scenario alternativo vede il ritorno alla dracma. Gli analisti di mercato spiegano al Financial Times che per passare ad una nuova Dracma occorre superare una serie di ostacoli. In primis l’Organizzazione internazionale per la normazione (International Organization for Standardization, Iso) dovrà dare alla nuova valuta greca un codice che possa essere identificato dai computer per elaborare pagamenti e operazioni su titoli e derivati. Il codice di tre caratteri potrebbe essere GRN (Grecia nuovo) per distinguerlo dal precedente GRD (Grecia Dracma). In teoria la programmazione di un nuovo codice potrebbe essere realizzata in meno di 24 ore ma nella realtà per adeguare tutti gli strumenti utilizzati nelle operazioni valutarie occorre molto più tempo. Poi sarà necessario risolvere legalmente tutte le questioni legate a contratti finanziari sottoscritti in euro. E si tratterà di un lavoro lento, lungo e meticoloso. Inoltre la nuova valuta greca durante i suoi primi anni di vita sarà probabilmente esclusa da un sistema di regolamento centralizzato come ad esempio il Cls (Continuous Linked Settlement), attivo nel mercato valutario con l’obiettivo di eliminare il cosiddetto ‘settlement risk’ nelle transazioni. Quindi il trading di una nuova Dracma fra le parti dovrà essere regolamentato tra le parti stesse, aumentando l’esposizione al credit risk nel caso di un default. Il primo passo che potrebbe sancire la deriva in questa direzione, dice sempre il quotidiano la scelta del nuovo codice valutario. Il FT si spinge a suggerirne uno possibile: GRN invece del GRD della “vecchia” dracma. Un codice simile a quello dell’euro (EUR) o del dollaro americano (USD). Inizialmente però la nuova moneta elettronica (la stampa di banconote è una questione più complessa) resterebbe estromessa dai sistemi centrali di regolamento (settlement). Le transazioni sulla nuova dracma avverrebbero quindi su base bilaterale, aumentando enormemente i rischi di esposizione a eventuale insolvenza della controparte. Insomma, anche il semplice cambio di codice implicherebbe, da subito, una serie di insidie e incognite. Quanto poi prenderebbe l’intero processo di uscita dall’euro e adozione di una nuova valuta nazionale “è una cosa tutta da vedere. C’è voluto molto tempo per Europa e Grecia per arrivare al punto di separazione – conclude il FT -. Ma per preparare le carte del divorzio potrebbe volerci ben di più”.

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