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La carica delle verginelle contro Renzi

Pierluigi Bersani, Enrico Letta, Romano Prodi. Due con un dimenticabile libro in uscita e uno con tanti vecchi rancori da sopire. Non stupisce che tutti e tre ultimamente rappresentino l’avanguardia dell’opposizione democratica a Matteo Renzi. E anche se chi scrive non si può proprio definire un estimatore del premier, sembrano anche gli unici tre che dovrebbero stare zitti sul tema. Perché se è vero che l’era del Rottamatore è quello che è, è anche ancora viva la memoria delle esperienze precedenti.
 
I BEI TEMPI DEL GOVERNO LETTA?
Enrico Letta ad esempio parla di metadone, lui che invece è stato la perfetta rappresentazione del Valium. A partire dal raduno precampionato all’abbazia di Spineto, di lui si ricorderà di aver fatto dimettere giustamente Josefa Idem per una storia di Imu non pagata e per aver fatto il pesce in barile nel caso Shalabayeva, senza contare la questione Cancelleri. L’inizio del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione e la tangente dell’IMU pagata a Berlusconi, insieme a un taglio ridicolo del cuneo fiscale per i lavoratori italiani sono le punte di diamante in economia del suo dimenticabile esecutivo. L’addio del ministro Nunzia De Girolamo per storie non proprio chiare ci lascia ancora lì a domandarci come abbia fatto ad essere nominata. Le cose più interessanti sul suo governo le ha scritte il Wall Street Journal, ricordando che la sua stabilità era quella del cimitero:

“Sono passati sette mesi da quando Enrico Letta è diventato premier e l’unico risultato apprezzabile è il calo degli interessi sui titoli a dieci anni del Tesoro e lo spread con i bund tedeschi”. Ma il bilancio 2014 è deludente e “in privato lo sanno anche i ministri”: su 800 miliardi di spese sono riusciti a tagliarne “solo 2,5 miliardi” e il Paese ha le tasse “più alte dell’Eurozona”. La coalizione non mostra “alcun desiderio serio di riforma”. E rischia di fare come l’esecutivo tecnico di Mario Monti che dallo zelo dei primi tempi si è “impantanato nella sabbia”.

enrico letta wsj
Quella di Enrico Letta è stata un’uscita di scena triste, e ancora più triste è stato il suo arrivederci alla politica sbandierato da Fabio Fazio con libro d’ordinanza e promessa di non percepire alcuna pensione parlamentare (a cui avrebbe diritto tra più di dieci anni, semmai: grazie dell’anticipazione, le faremo sapere).
 
LA MISSIONE INCOMPIUTA DI PRODI

Più comprensibile ma ugualmente curioso pare l’astio di Romano Prodi. Che ha almeno il merito di titolare “Missione Incompiuta” il libro con Marco Damilano dal quale si capisce che preferisce Letta a Renzi:

«Nel mese di agosto 2014 sono state inviate al presidente Renzi precise richieste per una mia possibile mediazione da parte di una pluralità di centri decisionali libici, ma non ho avuto alcun riscontro». Il 15 dicembre scorso Prodi va a Palazzo Chigi, ma Renzi non gli parla della Libia, né del Quirinale: «Ha gentilmente fatto cenno a una mia possibile candidatura per la prossima segreteria delle Nazioni Unite»; Prodi ringrazia ma non lo ritiene un obiettivo possibile. In altre pagine, l’autore sostiene che «i poteri forti si sono profondamente indeboliti», e oggi Renzi «ha certamente più probabilità di costituire il potere dominante del Paese».
Ma Prodi sostiene di preferire «il cacciavite», metafora usata da Enrico Letta, al trapano di Renzi. «Questo è un Paese scalabile, ma la scala la devono fornire gli elettori». «I sindacati vanno ascoltati». «Il partito della nazione è una contraddizione in termini. Nelle democrazie mature non vi può essere un partito della nazione. È incompatibile con il bipolarismo». E ancora, partendo da Berlusconi: «Ci sono momenti in cui l’Italia ha bisogno di un’auto-illusione ed è disposta a non guardare dentro a se stessa pur di continuare a illudersi. Attraversiamo spesso questi momenti nella nostra storia nazionale…».

prodi missione incompiuta
 
La missione più incompiuta, anche se lui non se ne è accorto, è proprio la promessa riformista mancata del suo ultimo governo. Dove ha scelto in nome del compromesso portato all’ennesima potenza di andare a schiantarsi politicamente ben prima che Berlusconi cominciasse la compravendita. Bersani, poi, in quanto più alto rappresentante della Minoranza PD ne sconta in prima persona tutta l’insostenibile inutilità. Gli oppositori di Renzi hanno dimostrato davanti all’opinione pubblica di non avere alcuna intenzione di rompere su tematiche che sarebbero state molto più a cuore all’elettorato, ma di non avere intenzione di cedere proprio sull’Italicum. E il motivo è quello che spiegò qualche tempo fa Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera,

Ma gli stessi che vorrebbero toccarlo desidererebbero aprire anche un altro tipo di trattativa con Renzi, come spiega Davide Zoggia alla buvette della Camera dei deputati: «È chiaro — spiega il deputato bersaniano — che poi all’interno del partito dovremo trattare su quanti capilista spettano alle minoranze». Insomma, gli oppositori interni del segretario, vorrebbero le preferenze, contestano i capilista bloccati, fanno le pulci all’Italicum, però parlano già delle quote di seggi sicuri che dovrebbero spettare loro. Eppure sanno che difficilmente il presidente del Consiglio potrebbe perdonare uno strappo sulla riforma elettorale e poi fare finta di niente e rimettere in lista nei posti inamovibili coloro che gli hanno votato contro. L’aria non è proprio quella. Anzi.

Nel colloquio con Repubblica di qualche tempo fa, come se non bastasse, Bersani ha addirittura tirato fuori minacce vecchio stile sui numeri: «Non sono così convinto che Renzi abbia i numeri per approvare l’Italicum. A partire dalla commissione Affari costituzionali. Ne dovrà sostituire tanti di noi per arrivare al traguardo. E se continuerà a fare delle forzature, io stesso chiederò di essere sostituito», ha detto in vista del confronto poi finito come sappiamo. La ditta è fallita, peccato che proprio Pierluigi non se ne sia accorto. Se nascerà davvero un’opposizione interna a Renzi, è difficile che riesca a reggersi in piedi sugli zombie.