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Jesse Klaver: c'è una sinistra che vince anche in Olanda

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In molti hanno tirato un sospiro di sollievo ieri sera dopo i primi exit poll delle elezioni politiche in Olanda, vinte dal partito liberale Volkspartij voor Vrijheid en Democratie (VVD) del premier uscente Mark Rutte che è riuscito a fermare l’avanzata dei populisti euroscettici anti-immigrazione e anti-islamici del Partij voor de Vrijheid (PVV) vicini a Marine Le Pen e a Matteo Salvini e guidati da Geert Wilders che ha fatto una campagna contro i rifugiati, gli immigrati e a favore dell’uscita dell’Olanda dall’Unione Europea. In campagna elettorale tutti i partiti avevano promesso di non essere disposti a formare un governo di coalizione con il PVV qualora avesse vinto.

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Matteo Salvini festeggia il secondo posto di Wilders, e anche oggi dall’Europa si esce domani

Perché Wilders non ha vinto le elezioni

Una strategia che ha pagato perché, pur avendo conquistato circa il 13% con 20 seggi (5 seggi e il 3% in più rispetto alla scorsa tornata elettorale) Wilders è rimasto bloccato al secondo posto e questa volta pare resterà fuori dalla coalizione di governo che Rutte, con il 21% dei voti e 33 seggi sui 150, sarà chiamato a creare per guidare il Paese. Non è stato però il partito del premier uscente, da solo, a bloccare l’avanzata di Wilders, ad appena un punto di distacco dal PVV ci sono il partito democratico-cristiano CDA e i liberali sociali D66 mentre sono scomparsi i laburisti del partitito socialdemocratico Partij van de Arbeid (PvdA) che sono passati dal 25% del 2012 al 5,7% di ieri dopo aver governato in coalizione con Rutte. Il vero exploit a sinistra però l’hanno fatto i verdi di GroenLinks guidati dal trentenne Jesse Klaver. Klaver è stato in grado di guidare il suo partito dal 2,3% e 4 seggi delle politiche del 2012 al 9% e 16 seggi conquistati ieri quadruplicando il numero dei seggi in Parlamento. Se complessivamente i partiti di governo olandesi hanno perso il 25% dei consensi e Wilders è riuscito a conquistare il 3% è evidente che invece il PVV non può parlare di vittoria.

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L’evoluzione dei seggi dei Verdi al Parlamento Fonte: Guardian.com

È difficile che i verdi di Klaver entrino a far parte della coalizione di governo; Rutte una volta preso atto della scomparsa dei laburisti si rivolgerà probabilmente a CDA e D66 ma non così scontato perché per formare una coalizione questa volta serviranno almeno quattro i cinque partiti.
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Chi è Jesse Klaver, il Jessiah dei progressisti olandesi

Al di là del fatto che i Verdi olandesi vadano al governo o meno per molti Jesse Klaver è il nuovo volto della sinistra europea (non che ce ne siano molti per la verità visto anche il “ritorno al passato” del programma del labour britannico di Corbyn) perché è stato in grado, certamente non da solo, di arginare l’ondata populista, xenofoba e antieuropeista e ridare speranza a quell’Olanda che si riconosce nei valori della tolleranza e dell’integrazione. In molti lo hanno già paragonato a Barack Obama o meglio ancora al Premier canadese Justin Trudeau: entrambi sono giovani, spigliati, fotogenici e prestano particolare attenzione all’ambiente e ai diritti civili senza parlare di tagli allo stato sociale o agitare lo spettro dell’austerity.


Sostenibilità ambientale, politiche economiche che siano attente alla tutela delle fasce più deboli della popolazione, integrazione e “empatia” nei confronti dei rifugiati: questi sono i concetti chiave della proposta politica di Klaver: «Smettiamola di parlare degli immigrati. Non c’entrano con la crisi o con i tagli al welfare.Sono le paure della destra ad aver cancellato anni di tolleranza e libertà, non quattro stranieri». Certo, a favore del giovane leader dei Verdi gioca anche la sua biografia: è figlio di un immigrato marocchino e di un’olandese con origini indonesiane, ed è per questo che durante la campagna elettorale ha potuto dire “voglio indietro la mia Olanda” e non quel paese fatto di muri e confini che hanno in mente i populisti. Al contrario dei populisti Klaver ha parlato di disuguaglianze economiche e di ingiustizie sociali, di lavoro precario e di cambiamenti climatici, tutti temi che stanno molto a cuore all’elettorato di sinistra. Nel suo comizio finale, al quale hanno assistito cinquemila persone, Klaver ha parlato della necessità di unirsi, non solo contro i populismi ma anche contro l’economicismo: «Dobbiamo unirci nella lotta contro l’ “economicismo”. Contro la convinzione che esista una sacra trinità: quella della crescita, del mercato e di sempre “meno Stato”». A più di qualche politico di sinistra in Italia saranno fischiate le orecchie, e qualcun altro si affretterà a dire che in fondo Klaver è solo un altro idealista senza speranze di incidere davvero sulla politica nazionale, figuriamoci su quella europea. Il successo di GroenLinks però, così come la vittoria di Benoit Hamon alle primarie del Partito Socialista in Francia sul renziano Manuel Valls (anche se è matematico che Hamon non arriverà all’Eliseo), dovrebbe far riflettere la sinistra italiana: si vince se si convince l’elettorato di essere di sinistra non se si mette in atto un programma di governo turboliberista di impronta blariana. Quegli anni sono passati e quell’esperienza si è conclusa.