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Il clan dei Casamonica è mafia: la storica sentenza del Tribunale di Roma

La decisione al termine del maxi-processo che vedeva indagate 44 persone appartenenti alla famiglia allargata

Casamonica

Dopo un lungo processo e alcune ore in camera di consiglio, i giudici della Decima sezione penale del tribunale di Roma hanno emesso la loro sentenza nei confronti del clan dei Casamonica: è mafia. Le lunghe udienze all’interno dell’aula bunker del carcere di Rebibbia hanno portato a queste decisione epocale da parte dei magistrati che hanno riconosciuto l’aggravante mafiosa (per metodi e strumenti utilizzati per portare a compimento il lavoro criminale degli appartenenti alla nota famiglia della zona Romanina, e non solo) nei confronti di molti degli imputati di questo maxi-processo.

Casamonica, il loro clan è mafia: la storica sentenza del Tribunale di Roma

Dopo le sette ore trascorse in camera di consiglio, i giudici della Decima sezione penale del tribunale capitolini hanno accolto le richieste avanzate dai pubblici ministeri Giovanni Musarò e Stefano Luciani, riconoscendo l’attività criminale del clan dei Casamonica. Il processo si è tenuto all’interno dell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia, dove sono rinchiusi da diversi mesi molti degli esponenti di spicco della “famiglia”. Tra di loro anche coloro i quali sono considerati i capi al vertice dell’attività criminale: Giuseppe, Luciano e Domenico Casamonica.

Tantissimi i reati contestati ai 44 imputati: dalla associazione mafiosa dedita al traffico e allo spaccio di droga, all’estorsione, l’usura e detenzione illegale di armi. In particolare, a 14 componenti del clan erano accusati di mafia. Queste le principale condanne emerse al termine di questo processo: Salvatore Casamonica dovrà scontare una detenzione in carcere di 25 anni, Giuseppe 20 anni, Domenico 30 anni, Guerino 16 anni e sette mesi, Enrico 15 anni, Luciano 12 e Massimiliano 19 anni.

Una sentenza storica che si va a sommare a quella nei confronti del clan Spada: anche in quel caso, infatti, i giudici avevano etichettato – ed è un’aggravante – come mafioso il comportamento criminale della famiglia che operava (ma lì ci sono ancora dei rigurgiti) nella zona di Ostia e dell’idroscalo della località balneare sulla costa romana. Discorso diverso, invece, per “Il mondo di Mezzo”, con la “Mafia Capitale” che – alla sentenza – perse la connotazione di mafia.