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Hikikomori: la sindrome da autoesclusione in Italia

In Italia sono oltre 100 mila i ragazzi dai 14 ai 25 anni che non studiano, non lavorano, rifiutano ogni tipo di contatto con famiglia e amici, che vivono nel chiuso delle loro camera, spesso dormendo di giorno e mangiando la notte, quando nessuno li vede, che vivono sul web, che hanno nella Rete la loro unica forma di contatto con il mondo al di là delle pareti della loro camerette. L’assonanza con la categoria economico-sociologica dei Neet è chiama ma La Stampa oggi tratteggia un parallelo con gli Hikikomori giapponesi: il termine significa “stare in disparte” e tratteggia la sindrome da auto-esclusione. I sintomi del malessere sono l’avversione per la società e per la scuola e in Italia si stima che il fenomeno riguardi più o meno 100mila persone (120mila in Francia, un milione in Giappone) mentre i Neet sono 2 milioni. Viene considerato hikikomori chi non esce di casa per almeno sei mesi: il 70% sono uomini e il 30% donne.

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Hikikomori: la sindrome da autoesclusione (La Stampa, 30 luglio 2018)

«Rifiutano, in un percorso più o meno lento, i contatti con tutti: dalla famiglia, agli amici ai compagni di scuola» spiega alla Stampa Marco Crepaldi, l’uomo che, quando ha incontrato questo fenomeno, ha iniziato a studiarlo, fino a diventarne il massimo esperto in Italia. Studioso sì, ma anche qualcosa di più. È nato grazie a lui il gruppo Facebook su questo tema. E sempre lui è il padre di Hikikomori Italia, l’associazione che ha poi filiato gruppi locali. Li frequentano i genitori degli Hikikomori. Si scambiano esperienze. Si confrontano e si aiutano. E si sostengono l’un l’altro perché essere un Hikikomori non è una malattia che puoi curare con una molecola scoperta e raffinata in un laboratorio. Uscirne richiede l’appoggio di tutti: genitori per primi. Una sola certezza: la psichiatria, e così pure la psicologia, non hanno protocolli certi per approcciare il fenomeno.

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