La macchina del funky

Gustavo Zagrebelsky e il Rosatellum incostituzionale

Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, in un’intervista rilasciata oggi a Giuseppe Salvaggiulo della Stampa parla del Rosatellum, che considera incostituzionale, e della fiducia per la legge elettorale che ha portato l’ok delle camere il mese scorso, che lui considera un abuso di diritto:

La vicenda del Rosatellum aumenta la disaffezione?
«E’ stata tutta interna al Palazzo. La maggioranza dell’opinione pubblica ha capito la posta in gioco e ha pensato: è un problema dei partiti, noi non c’entriamo, se la vedano tra di loro. La rabbia, se c’è, non si manifesta più». Qual era la posta in gioco? «Di tutte le leggi, quella elettorale più delle altre dovrebbe essere fatta per i cittadini-elettori. Ma la scrivono i partiti, che la usano per tutelare innanzitutto i propri interessi. È una contraddizione della democrazia. Proprio per questo ci devono essere dei correttivi».
Quali potrebbero essere?
«C’è una regola aurea che viene dall’Europa: non si cambiano le leggi elettorali nell’anno antecedente le elezioni. Così, i calcoli utilitaristici sarebbero più difficili e potrebbe fare capolino qualcosa come la “giustizia elettorale”».
Ma l’Europa è lontana, per parafrasare una canzone di Lucio Dalla.
«Ci sono la Corte costituzionale e il presidente della Repubblica. La Corte, però, è fuori gioco perché il suo intervento, peraltro difficile dal punto di vista procedurale, sarebbe tardivo. Arriverebbe dopo le elezioni e un’assurda giurisprudenza ha detto che un Parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale può tranquillamente starsene al suo posto». E il Presidente della Repubblica? «Non ha rilevato evidenti motivi d’incostituzionalità. Mah! Che dire del voto unico: voto per il candidato nel collegio uninominale e devo trascinarmi dietro una lista di nomi nelle liste proporzionali per i quali non vorrei votare? Una sorta di pacco-sorpresa».

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Si aspettava altro dal Quirinale?
«Al punto in cui si era giunti, era difficile credere a un rinvio della legge. Avrebbe assunto il significato d’una dichiarazione di guerra contro un’ampia maggioranza parlamentare. Ci sono cose giuste che non si possono più fare nel tempo sbagliato».
Che cosa intende dire?
«Che sarebbe stato necessario richiamare a tempo debito, fuori e prima della mischia, i limiti, “i paletti” d’ogni onesta legge elettorale. Il presidente della Repubblica dispone d’un potere d’influenza che, mi pare, non sia stato esercitato».
Pensa anche alle questioni di fiducia posta dal governo?
«No, perché sono state un colpo di mano non previsto (anche se prevedibile) dell’ultima ora». Ma erano legittime, o no? Qualcuno ha evocato il fascismo, s’è parlato di golpe. «La questione di fiducia d’iniziativa governativa non è citata nella Costituzione, si è affermata nella prassi parlamentare. La legge elettorale non riguarda l’azione di governo, né risulta nel programma di questo governo. Si è trattato di un pretesto per imporre il voto palese a un Parlamento riottoso. Non c’è stata violazione di alcuna norma costituzionale, però la vita politica non è fatta solo di legittimità ma anche di correttezza costituzionale e talora la scorrettezza è anche più grave dell’illegittimità. E’ un chiaro caso di abuso del diritto».