Economia

La vera storia degli stipendi della RAI e del tetto per i manager pubblici

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Alessandro Di Battista su Twitter si fa portavoce di un’accusa che è circolata molto in queste ore dopo la pubblicazione degli stipendi dei dirigenti RAI che dovrebbe avvenire ufficialmente domani e che oggi è stata ampiamente anticipata dai giornali. «#StipendiRai sforato ampiamente tetto massimo 240.000 € all’anno. Smentita l’ennesima balla di Renzi. Intanto arriva il canone in bolletta», dice Di Battista.

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Di Battista e gli stipendi RAI

Gli stipendi della RAI e il tetto per i manager pubblici

Ma è davvero così? Le infografiche dei giornali hanno riepilogato impietosamente le cifre: dell’ad Antonio Campo Dall’Orto è stato scritto più volte, mai smentito, che prenderebbe circa 650 mila euro. Monica Maggioni ai 270 mila di base aggiungerebbe i 66 mila di emolumento presidenziale. Raffaele Agrusti, capo delle Finanze, starebbe sui 350, Guido Rossi, braccio destro di Campo Dall’Orto, intorno ai 200, il direttore di Rai Digital Gian Paolo Tagliavia sui 280, Carlo Verdelli, direttore dell’informazione più o meno 300 mila (ma zero benefit), il suo vice per il web Diego Antonelli 230, gli stessi che incassa l’editorialista Francesco Merlo, preso con contratto da consulente esterno. Massimo Coppola, consulente editoriale molto vicino a Campo Dall’Orto, è quotato a 200 mila, Giovanni Parapini, responsabile di comunicazione e relazioni esterne, oscillerebbe intorno ai 250. Tra i direttori di rete, il meno costoso è quello di Raiuno, Andrea Fabiano, che non arriverebbe ai 200 mila, mentre Ilaria Dallatana (Raidue) e Daria Bignardi (Raitre) sfiorano i 300, come l’ex Andrea Vianello (dicono 320) ancora in attesa di ricollocazione adeguata. Quello di Raisport, Gabriele Romagnoli, ne prenderebbe 220 (il suo predecessore, Carlo Paris sui 170), il responsabile dei palinsesti Giancarlo Leone tra i 300 e i 340. Il direttore del Tg1 Mario Orfeo sarebbe inquadrato sui 310, quelli di Tg2 e Tg3, Marcello Masi e Bianca Berlinguer, sui 270. L’ex direttore di servizi parlamentari Anna La Rosa guadagnerebbe 240 mila euro, Carmen Lasorella, ex volto del Tg2 ora inutilizzato, 200 mila, il direttore di Rai Fiction Eleonora Andreatta 270, il presidente di Rai Pubblicità Antonio Marano 390 (ma sono 360), il direttore delle risorse televisive Andrea Sassano 220, il direttore del canone Marco Zuppi 240, Tiziana Ferrario 238, Francesco Pionati 200. Anche Carlo Tecce sul Fatto si è dedicato al tema:

Cdo per svecchiare l’offerta informativa e il racconto sportivo ha chiamato in Viale Mazzini due professionisti che hanno scatenato una furente reazione politica: Gabriele Romagnoli (230.00), direttore di Rai Sport; Carlo Verdelli (320.000), direttoredell’in formazione. Il principale assistente di Cdo (il capo dello staff), Guido Rossi, è sotto la soglia dei 200.000, a differenza dell’ex Carlo Nardello (302.000) che ha lasciato l’azienda. STIPENDI quasi uniformi per i direttori dei telegiornali: Mario Orfeo (T g 1 , 320.000), Marcello Masi (Tg2, 280.000), Bianca Berlinguer (280.000). Campo Dall’Orto, però, ha sforbiciato il compenso del direttore della comunicazione di 60.000 euro: a Giovanni Parapini vanno 260.000 euro l’anno. Spesso è inserita nella lista di partenza, ma Tinni Andreatta è saldamente al vertice di Rai Fiction con un accordo a tempo indeterminato di 272.000 euro. Carriera, numeri, percorsi, relazioni, selezioni, un anno del manager renziano in Viale Mazzini in poche righe. Oggi è domenica, ma per Cdo è un altro esordio.


Insomma, ad occhio sarebbero moltissimi ben al di sopra di qualsiasi tetto. Come è possibile che questo sia accaduto? In realtà il tutto è frutto dell’effetto di leggi.

Il tetto ai manager pubblici e la RAI

Prima di tutto dovremmo tornare al tetto di 240mila euro: era aprile del 2014 quando il governo Renzi varava la cosiddetta ‘norma Olivetti’: un amministratore delegato può guadagnare al massimo dieci volte la busta paga di un suo dipendente. Tra le pieghe della normativa – il primo passo del decreto legge risale addirittura al governo Monti nel 2011, con i tagli imposti dalla spending review – e sempre in quel mese scattava il decreto ministeriale (n.166 del 24 dicembre 2013) che stabiliva un tetto ai compensi degli amministratori delle società non quotate controllate dal ministero dell’Economia. Il tetto di 240mila euro invece valeva per i manager della Pubblica Amministrazione:

“A decorrere dal 1º maggio 2014 il limite massimo retributivo riferito al primo presidente della Corte di cassazione previsto dagli articoli 23-bis e 23-ter del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni e integrazioni, è fissato in euro 240.000 annui“

Per quanto riguarda le società partecipate dal ministero del Tesoro, però, la norma riguardava non i “manager”, ma i consiglieri d’amministrazione e il presidente. Tutte le altre figure – e quindi anche i direttori di rete e i capistruttura – restavano fuori dall’effetto dei cambi di legge. A giugno 2015, però, il Cda della Rai, su proposta di Carlo Gubitosi, aveva deliberato che a tutta l’azienda si applicasse il tetto fissato dalla legge per la Pubblica amministrazione: 240 mila euro. Anche per Gubitosi e Tarantola, all’epoca già in scadenza di mandato. E per tutte le tante figure apicali che negli anni si sono accumulate qua e là per l’azienda, strapagate anche quando cambiano incarico. Gubitosi ha poi rinunciato all’assunzione a tempo indeterminato. Ma la storia non finisce qui. Perché quando la legge venne prolungata dal perimetro delle società a partecipazione pubblica sottoposte agli obblighi erano uscite le società quotate e le società che emettevano obbligazioni (ovvero, chiedevano prestiti) sul mercato. Dovendo competere sul mercato era giusto che scegliessero i manager migliori eventualmente pagandoli di più senza vincoli, era il ragionamento. Questo escluse dal computo all’epoca Eni, Enel, Finmeccanica e le Ferrovie dello Stato. Ma non la Rai. A questo punto – sorpresa sorpresa! – la Rai nel maggio 2015 avvia il collocamento di un bond da 350 milioni, peraltro ampiamente preparato nei mesi precedenti. A questo punto anche la Radiotelevisione Italiana rientra nel novero delle aziende che sono escluse da qualsiasi effetto del cambio di legge. Pur trovandosi in una situazione oggettivamente diversa da quella dei suoi concorrenti, visto che percepisce un canone.  Quando Antonio Campo Dall’Orto viene nominato nell’agosto 2015 direttore generale della RAI quel limite non c’è già più (e lui comunque ha la carica di direttore generale). È quindi tutto in regola. Come ogni fregatura che si rispetti.

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