Opinioni

Giovanni Aiello: "Faccia da mostro" indagato

Giovanni Aiello, ex agente di polizia ritenuto vicino ai Servizi Segreti e noto come “faccia da mostro”, è indagato dalla Procura di Reggio Calabria che ha coordinato l’inchiesta sui mandanti degli attentati ai danni dei carabinieri compiuti nel 1994 a Reggio Calabria, svelando la complicità nella strategia terroristico-mafiosa di Cosa nostra e ‘ndrangheta. Aiello, che è entrato nelle indagini della Dda di Palermo più volte, ultima quella sull’omicidio mai risolto dell’agente Nino Agostino e della moglie Ida Castellucci, è soprannominato “faccia da mostro” per la ferita che gli deturpa il volto. Nell’inchiesta reggina risponde di induzione a rendere dichiarazioni false all’autorità giudiziaria.
giovanni aiello
La Dda di Reggio Calabria stamani ha emesso due provvedimenti restrittivi a carico di due esponenti di spicco delle mafie calabresi e siciliana: Rocco Santo Filippone, 73 anni, di Anoia (RC), considerato capo del “mandamento tirrenico” della ‘ndrangheta all’epoca degli attentati ai Carabinieri, e Giuseppe Graviano, 54 anni, palermitano, capo del mandamento mafioso di Brancaccio, coordinatore riconosciuto con sentenze definitive delle cosiddette stragi “continentali” eseguite da Cosa Nostra. Graviano era già detenuto nel carcere di Terni. Gli omicidi e i tentati omicidi, commessi nella stagione degli attacchi mafiosi allo Stato, sarebbero, secondo la Dda reggina, aggravati dalle circostanze dalla premeditazione, in quanto pianificate nell’ambito di un più ampio disegno criminoso di matrice stragista “ideato, voluto ed attuato – scrivono gli inquirenti – dai soggetti di vertice delle organizzazioni di tipo mafioso denominate Cosa Nostra e ‘Ndrangheta”. Gli inquirenti ravvisano anche finalità’ di terrorismo e di eversione dell’ordinamento democratico, perché Cosa Nostra e ‘ndrangheta intendevano costringere lo stato italiano a rendere meno rigorose sia la legislazione che le misure antimafia, ma soprattutto puntavano alla sostituzione della vecchia classe politica, ormai giudicata inaffidabile, con una nuova che fosse diretta espressione delle mafie, e, in quanto tale, proiettata a garantire e realizzare “i desiderata di Cosa Nostra”. Dunque, dopo il tramonto della “prima Repubblica”, i boss mafiosi intendevano continuare a mantenere l’influenza sulla classe politica “proiettandosi su quella emergente nella nuova fase storica che si stava delineando”.