Cultura e scienze

La Cina e gli asini africani

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Da una parte, offre soldi, mercati e infrastrutture. Dall’altra, si porta via perfino la pelle degli asini, portandoli quasi sull’orlo dell’estinzione. 40 erano capi di Stato e di governo africano che sono venuti a Pechino per i due giorni del Forum di Cooperazione Africa-Cina. 170 sono i miliardi di dollari dell’interscambio tra la Cina e l’Africa: il primo partner della regione. 136 sono i miliardi di dollari in prestiti che la Repubblica Popolare ha offerto all’Africa. E altri 60 sono stati offerti ora. Un aiuto disinteressato e nell’interesse di tutti, come spergiura il governo cinese? Oppure è un subdolo piano orientale di raffinatezza da romanzi di Fu Manchu, quello di far indebitare i Paesi africani per poi impadronirsene?

La Cina e gli asini africani

In effetti, anche nel governo italiano c’è chi punta a Pechino come principale partner per lavorare nel Continente da dove viene oggi il principale flusso migratorio verso l’Europa. Con l’obiettivo non solo di fare affari, ma anche di portare abbastanza sviluppo da “aiutare gli africani in casa loro”, secondo uno slogan oggi molto popolare e molto ripetuto. Ma secondo alcune reiterate denunce, è proprio la sorte degli asini africani una metafora impressionante di quel che potrebbe avvenire anche ai loro padroni. Ejiao si chiama infatti quella gelatina tipica della medicina tradizionale cinese che si fa con la pelle degli asini. Fu il gesuita Dominique Parrenin nel 1723 il primo europeo a descriverla, spiegando appunto che secondo la farmacopea del Celeste Impero si trattava di un toccasana in grado di curare insonnia, fatica cronica, anemia e accrescimento anormale della libido allo stesso tempo.

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screenshot da Youtube

Tre secoli dopo, sempre attraverso una fonte francese un farmacista cinese spiegava a Le Monde che l’ejiao va bene anche per la tosse secca e per le conseguenze della menopausa. 5 o 10 grammi di gelatina possono essere assunti dopo averli sciolti in acqua calda o in vino: con o senza l’aggiunta di altri ingredienti della cucina cinese tradizionale. In alternativa si può mangiare nella regione dello Shandong è alla base di due tipi di snack salutisti: uno in cui è mescolato a mandorle e semi di sesamo, a mo’ di torrone; un altro in cui è messo attorno ai datteri, come si fa da noi a Natale con la cioccolata. Ma c’è pure un tipo di barretta che mette assieme le due cose: ejiao, noci, sesamo, datteri e vino conto. Avete presente i mostaccioli? Il suo nome è Gu Yuan Gao. Dulcis in fundo, si usa pure in musica: come membrana del dizi, il flauto traverso tradizionale cinese.

Tira più la pelle di un asino che…

Già Parrenin spiegava che potevano esserci problemi di approvvigionamento della materia prima, per cui da una parte aveva la precedenza la Corte Imperiale; dall’altra era molto diffusa una variante adulterata fatta con pelle di maiale. In Cina comunque di asini ormai se ne allevano sempre meno, per cui si è iniziato a fare incetta in Africa. Allo stesso modo che del petrolio di Angola e Nigeria, del rame del Congo e dello Zambia, dell’uranio della Namibia o della bauxite della Guinea. Ogni anno in Cina c’è un fabbisogno di 5000 tonnellate di eijao. Per produrle, bisogna ammazzare 4 milioni di asini. Il boom dell’eijao è ricominciato nel 2004, quando nel pieno del decollo economico l’industria farmaceutica ha deciso di riproporre ai centinaia di milioni di cinesi nuovi benestanti i buoni vecchi rimedi dei nonni. Avete presente da noi la moda per le erbe officinali o il ritorno di fiamma di prodotti antichi già in via di estinzione come il farro? Solo che mentre la domanda di eijao cresceva, centinaia di milioni di contadini cinesi per effetto di quello stesso boom si trasferiva in città, cessando tra le altre cose anche di allevare asini.

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Sia per l’’aumento della domanda che per l’urbanizzazione nel corso di appena vent’anni la popolazione di asini cinese è più che dimezzata: da 11 milioni di asini ai 5 contati nel 2016. E in un anno la Cina Popolare non può dunque rifornire più di 1,8 milioni di pelli. Dove trovare il resto? Appunto, in Africa! E anche lì dunque la voglia di eijao dei cinesi ha iniziato a pompare pelli, peggio che l’acqua un’idrovora. In Uganda, Tanzania, Botswana, Niger, Burkina Faso, Mali e Senegal governi certamente non ossessionati dall’idea di un “pericolo giallo” si sono spaventati a tal punto che hanno severamente vietato questo commercio. E nel novembre del 2017 si è aggiunto lo scandalo del rapporto di PETA Asia, che ha reso note scioccanti immagini di puledri uccisi a mazzate o per sgozzamento. Un paese che invece continua a permettere l’export è il Kenya, è lì gli asini sono passati da 1,8 milioni nel 2008 a 900.000 nel 2017. La domanda cinese ha portato il prezzo all’equivalente di 150 euro al capo: una cifra che gli agricoltori locali ormai non possono più assolutamente permettersi. Come per i rinoceronti, altre bestie africane vittime della farmacopea cinese, anche dove formalmente la vendita nella Repubblica Popolare è vietata gli asini sono sempre più vittime dei bracconieri.

(Foto di copertina da qui)

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