Opinioni

Il rospo della crisi turca rovina la digestione ai somaristi

La Cupola del Pantheon Grullo-Somarista poggia solidamente sulla totale mancanza di memoria degli analfabeti che ne sono gli adepti più ferventi (gli altri sono i paraguru falliti che trovano una facile via al successo dopo una vita professionale spesa a raccattare ortaggi marci). A poco vale ricordare alle masnade di twidioti (aizzati dagli account fake), le centinaia di paesi andati in bancarotta nonostante avessero la loro bella moneta sovrana e non fossero soggetti al benché minimo vincolo esterno. I casi dell’Argentina dello Zimbabwe, della Jugoslavia, della Russia, del Venezuela scivolano addosso ai somaristi come l’acqua sulle piume delle oche. Esattamente come fino a trenta anni fa scivolavano addosso ai militanti comunisti convinti di lottare per il Paradiso dei Lavoratori. Ma da qualche tempo persino la coppia di neuroni sopravvissuta nei crani dei più accaniti militonti è stata penetrata da un barlume di luce: il baratro in cui è sprofondata la Turchia del loro cara Erdogan ha scosso il covone di certezze diffuse dalla prestigiosa Università di Pescankara.

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Sulle sponde del Bosforo dopo anni di vacche ingrassate grazie a gigantesche cambiali in dollari, il fieno scarseggia. Gli incauti creditori internazionali si sono accorti che la probabilità di rientrare dai prestiti si assottiglia sempre più e quindi hanno deciso di chiudere i rubinetti della finanza allegra. E al decollare dei capitali la lira turca si inabbissava. Secondo le minkio-teorie di Pescankara la svalutazione selvaggia (del 40% da inizio anno) avrebbe dovuto rendere tutti i turchi nababbi, mentre i mercati mondiali dovrebbero essere invasi da beni e derrateMade in Turkey. Peccato che la realtà ad Ankara sia tragicamente diversa da Pescankara. Una realtà asciutta, non bagnata dalle piogge monsoniche di fregnacce pseudo economiche. Insomma Erdogan, il portabandiera dei sovranisti, dopo essersi atteggiato per settimane a bulletto da taverna con la Banca Centrale, ha calato le braghe fin sotto le caviglie per sottoporsi ad una brutale somministrazione di mastodontiche supposte. La Banca Centrale in precedenza umiliata e dileggiata ha spinto i tassi di interesse al 24%, per tentare di stabilizzare (invano) il cambio della lira e infliggendo una mazzata alle imprese. Ma questo era solo l’antipastino.

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L’esposizione delle banche europee in Turchia (infografica da: Financial Times)

L’altra sera è arrivato l’assaggio del piatto forte: un rospo da ingoiare sotto forma di un programma di austerità (a cui secondo i somaristi un paese sovrano non è mai soggetto). Il genero di Erdogan, Berat Albayrak (la versione locale di Galeazzo Ciano), nominato Ministro dell’Economia nel pieno della tempesta, ha tagliato spese per dieci miliardi di dollari dal bilancio pubblico. Dei mirabolanti piani di infrastrutture annunciati da Erdogan per rilanciare l’economia (vi ricorda qualcosa?) non rimangono che i titoli a 8 colonne sulle pagine ingiallite dei giornali di regime. Di fronte a tale ferale notizia i grullo-somaristi sono impietriti: da Pescankara avevano giurato che si possono stampare impunemente banconote a volontà per pagare tutti i conti. Come mai in Turchia tale portento non funziona? Addirittura la Banca Centrale deve ridurre l’offerta di moneta per non far montare ulteriormente l’inflazione ormai lanciata oltre il 20%. E a volerla dire tutta, i dieci miliardi sono una goccia nel mare visto che l’economia turca nel suo complesso, in particolare il sistema bancario, deve rifinanziare debiti per centinaia di miliardi di dollari. Con l’economia in frenata e la lira in picchiata non è chiaro dove si possano trovare. Per cui il rospo si è bloccato a ridosso della trachea e ai Turchi toccherà bere generose sorsate di fiele per farlo trangiugiare fin nell’esofago. Poi comincerà una lenta digestione di alcuni anni accompagnata da struggenti ragli somaristi.

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Fabio Scacciavillani

Fabio Scacciavillani dopo aver conseguito il Ph.D. in Economia all’Università di Chicago (dove è stato assistente del Premio Nobel Merton Miller), ha lavorato al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Centrale Europea (nel periodo pioneristico dell’unione monetaria), a Goldman Sachs, al Centro Finanziario Internazionale di Dubai e in Confindustria. Attualmente è il Capo della Strategia del fondo sovrano dell’Oman che gestisce i proventi delle esportazioni petrolifere del Sultanato. Nelle pubblicazioni e nell'attività professionale si è concentrato su tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. E’ ospite fisso su Bloomberg TV ed editorialista del Fatto Quotidiano. Ha scritto “Tremonti: Il Timoniere del Titanic” con Giampiero Castellotti e “The New Economics of Sovereign Wealtyh Funds” con Massimiliano Castelli.