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Chi ha dimezzato i posti letto negli ospedali

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Il Fatto Quotidiano riepiloga oggi il tracollo del sistema sanitario nazionale: secondo il “Rapporto Sanità 2018 – 40 anni del Servizio Sanitario Nazionale”del Centro Studi Nebo, si è passati dai 530.000 posti letto del 1981 (di cui 68 mila dedicati all’area psichiatrica e manicomiale) ai 365.000 del 1992, dai 245.000 del 2010 fino ai 191mila del 2017, ultimo dato disponibile. In rapporto al numero di abitanti, siamo passati da 5,8 posti letto ogni mille abitanti del 1998, ai 4,3 nel 2007 ai 3,6 nel 2017:

Nel 2010 il Servizio sanitario nazionale (Ssn) disponeva di 244.310 posti letto per degenza ordinaria (acuti e post-acuti), di cui il 71,8% (175.417 posti letto) erano in carico al pubblico e il 28,2%(68.893) al privato, 21.761 posti per day hospital (quasi totalmente pubblici) e 8.230 posti per day surgery (l’80% pubblici).

Nel 2017, invece, i posti letto sono scesi a 3,6 ogni mille abitanti. In tutto erano 211.593 per degenza ordinaria di cui il 69,5% (147.035) in carico al Ssn, mentre il 30,5% (64.558) al privato (di questi, il 23,3% nelle strutture accreditate),13.050 postiper day hospital, quasi tutti pubblici (89,4%) e di 8.515 posti per day surgery in grande prevalenza pubblici (78,2%).La Regione con il maggior numero di posti letto era la Lombardia con 8.384, seguita da Lazio (7.168) e Campania con 5.347.

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I posti letto negli ospedali (Il Fatto Quotidiano, 25 marzo 2020)

Il Fatto poi riepiloga cosa è successo nelle principali regioni italiane, a partire dalla Lombardia:

Il budget annuo per la sanità è di 19,5 miliardi di euro. A pagare è sempre la Regione, con soldi pubblici, ma a incassare sono sempre di più, di anno in anno, gli imprenditori privati della sanità, tra cui due colossi: il San Raffaele (gruppo San Donato della famiglia Rotelli) e Humanitas (gruppo Rocca). Sono via via diminuite le risorse per gli ospedali pubblici, sono stati chiusi o “riconvertiti” tanti piccoli ospedali, sono più che dimezzati i posti letto.

In Lombardia il sorpasso è già avvenuto: la sanità privata incassa più di quella pubblica. Gli ultimi dati del 2017, ancora non lo rilevano, ma già dicono che il privato incamera in proporzione più risorse del pubblico. Su 1,441 milioni di ricoveri, 947 mila (il 65%) sono negli ospedali pubblici, 495 (il 35%) nelle strutture private. Ma il privato incassa 2,153 miliardi di euro sui 5,4 totali (il 40%), contro i 3,271 del pubblico. Dunque il 35% dei ricoveri incassa il 40% delle risorse impegnate dalla Regione.

Poi c’è il Veneto:

Nel 2013 i posti letto negli ospedali pubblici erano 14.576, di cui 767 di settori altamente specializzati e 240 extra Veneto (per pazienti provenienti da altre Regioni). Nel 2019 sono calati a 14.065 unità, di cui 754 nell’alta apicalità e 85 extra-Veneto. Nelle strutture private sono passati dai 2.942 del 2013 (di cui 487 destinati all’extra-Veneto) a 3.115 (163 in più in totale, di cui 100 posti extra-Veneto). Ma i posti pubblici tagliati negli ultimi 15 anni sono di più. Lo dimostra il fatto che la riapertura da parte della Regione per l’emergenza Coronavirus di 5 ospedali chiusi (e in parte riconvertiti) consentirà di ricavare 740 nuovi posti letto per malati ordinari, tutti in provincia di Verona.

E il Lazio?

Sedici ospedali chiusi, 3.600 posti letto perduti e il 14% del personale uscito senza turnover. Sono le macerie della sanità del Lazio dopo 10 anni di commissariamento: Zingaretti ne ha già annunciato l’uscita, ma si attende il decreto del governo. Il piano di rientro si deve agli oltre 10 miliardi di debito registrati alla fine del 2009.

A chiudere ospedali storici come il Forlanini – destinato alla Fao – o il San Giacomo, su cui hanno messo gli occhi i grandi gruppi immobiliari, ma anche nosocomi di provincia come Frascati, Marino, Guidonia e Monterotondo. Altri, come il San Camillo, San Filippo Neri e Sant’Eugenio hanno subito ridimensionamenti. In totale, ci sono oggi  56 strutture aperte contro le 72 del 2011. Oggi il 40% della sanità è composta dai privati convenzionati, mentre oltre 20.000 infermieri arrivano da società interinali e cooperative.

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