Economia

Brexit, chi ci perde e chi ci guadagna

Dopo mesi di negoziati, di tira e molla, e per qualcuno anche di “teatrino”, i giochi preliminari sono finiti. Ma la vera partita – per il premier conservatore David Cameron e per il suo Paese, oltre che, di rimbalzo, per il resto d’Europa – comincia ora. Sventolando a mo’ di trionfo, come riconoscimento di un nuovo “status speciale” fra i 28, l’intesa strappata agli altri leader europei dopo un vertice-maratona durato una quarantina di ore, Cameron ha oggi radunato il suo governo per una riunione straordinaria: la prima di sabato dalla guerra nelle Falkland degli anni ’80. Ha affrontato la fronda di una pattuglia di suoi ministri (solo un assaggio della sfida che dovra’ sostenere con l’opposizione euroscettica nel partito e nel Paese) ed e’ quindi uscito allo scoperto, dinanzi al portoncino nero contrassegnato dal numero 10 di Downing Street, per parlare ai connazionali. Il referendum – ha annunciato, formalizzando una data che era sulla bocca di tutti – si terra’ il 23 giugno prossimo. E sara’ un giorno “storico”, ha scandito, uno di quelli che capitano “una volta nella vita”. La parola passa al popolo e lui, il primo ministro, e’ pronto ad adempiere a “qualunque cosa il popolo deciderà”. Ma questo non significa che nella campagna elettorale Cameron – a dispetto di una storia politica personale non certo intessuta di euroentusiasmo – non intenda prendere posizione guidando il fronte del si’ all’Europa. “Io non amo Bruxelles, amo la Gran Bretagna”, non ha mancato di premettere, ma la scommessa referendaria non verte sull’amore per l’Ue, bensi’ sulla valutazione se sia più conveniente per il Regno Unito restarvi dentro o uscirne.
 

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Brexit: chi ci guadagna (Corriere della Sera, 21 febbraio 2015)

“La scelta – ha concluso – è nelle vostre mani, ma la mia raccomandazione è chiara: io credo che la Gran Bretagna sia più sicura, più forte e più prospera in un’Unione Europea riformata”. Il messaggio non si presta a equivoci. Cameron vuole far leva un po’ sul pragmatismo della sua gente e un po’ sulla paura. Non e’ un caso che abbia fatto riferimento fin da subito ai rischi per la sicurezza e per l’economia del Paese che “chi suggerisce di votare Leave” si assume. Citando fra i motivi che lo hanno spinto all’intesa con l’Ue pure la cooperazione contro “terrorismo e criminalità”. Ai ministri lascia comunque liberta’ di voto. E, pur contenendo il dissenso interno, deve conteggiare almeno una mezza dozzina di ‘ribelli’: incluso il ministro della Giustizia, Michael Gove, la figura di maggior peso fra i signorno’, almeno fino a quando non avra’ sciolto la riserva il popolare sindaco di Londra, Boris Johnson, vera mina vagante in circolazione. Cameron, e con lui il fido cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, giura pero’ che non si tratta solo delle garanzie promesse ai Paesi non euro rispetto all’eurozona, della possibilita’ di bloccare normative europee attribuita a un 55% di parlamenti nazionali o del diritto ottenuto da Londra di usare per 7 anni un “freno di emergenza” per differire la concessione di alcuni benefit sociali a lavoratori neoimmigrati da altri Paesi europei. Si tratta di “un accordo legalmente vincolante” destinato a essere trascritto nei Trattati europei alla prima occasione utile. Ma Angela Merkel avverte che nessuna data e’ stata per ora promessa per una futura modifica dei ‘sacri testi’ dell’Unione. E gli euroscettici di ‘Vote Leave’, uno dei due comitati elettorali gia’ in campo per la Brexit, contestano tutto: “Cameron canta vittoria, ma e’ una vittoria fasulla: l’accordo non e’ affatto giuridicamente vincolante”. Per farcela, alla fine, il premier deve giocoforza sperare anche nell’appoggio obtorto collo delle opposizioni, Labour e indipendentisti scozzesi dell’Snp. A nome dei laburisti Jeremy Corbyn lo accusa oggi d’aver precipitato il Paese nell’azzardo del referendum per piccoli calcoli di politica interna. Mentre Sturgeon ribadisce che se prevarra’ la Brexit, la Scozia stavolta divorzierà davvero. Ma intanto l’impegno per restare in Europa nessuno dei due si sente di negarlo.