Economia

L'assegno da mille euro per i precari disoccupati

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Un assegno da mille euro per dimenticare l’articolo 18. Il governo butta sul tavolo l’arma del sussidio di disoccupazione per i precari allo scopo di scompigliare le carte sul tavolo della trattativa con i sindacati. La nuova Aspi nata dalla legge Fornero che assorbirà gli stanziamenti per la cassa in deroga e riceverà altri due miliardi dalla Legge di Stabilità avrà un altro milione e quattrocentomila persone da tutelare, secondo i programmi del governo.


L’ASSEGNO DA MILLE EURO PER I PRECARI DISOCCUPATI
Con questi numeri la mossa del governo rischia di diventare molto costosa. All’epoca della presentazione del Jobs Act per il piano elaborato dal politologo Stefano Sacchi si ipotizzava un costo di 1,6 miliardi in più di quanto oggi si spende per i sussidi, ovvero 8,8 miliardi l’anno. Ma assicurerà protezione anche a quel milione e 200 mila lavoratori, ora per diversi motivi totalmente senza rete, in caso di disoccupazione. E potrebbe essere finanziata con uno spostamento di risorse dalla Cig in deroga, che vale 2,5-3 miliardi annui. Spiega la Stampa:

Per loro, è in arrivo un sussidio mensile analogo a quello di chi è in cassa integrazione, fino ad un massimo di mille euro: per un periodo che va da un minimo di tre mesi a due anni, proporzionato alla durata del lavoro che si è perso. Ma l’erogazione di questo assegno sarà vincolata: ne avrà diritto chi sarà pronto ad accettare una nuova offerta di lavoro congruo o un piano di formazione lavorativa gestito da un’agenzia nazionale che si articolerà su base territoriale nei vari centri per l’impiego. Una carta, quella dell’assegno per i precari, in parte già previsto dalla mini-Aspi introdotta dalla Fornero che riguarda però solo alcune di quelle categorie,con cui Renzi intende portare dalla sua parte la pubblica opinione e quella larga parte dell’elettorato spaventata dal tam tam sull’abolizione dell’articolo 18.

Libero Quotidiano riporta però stime molto differenti:

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Le stime di Libero sui costi del Welfare per tutti

Franco Bechis punta il dito sulle coperture:

Un ex ministro-quella Elsa Fornero, gran teorica,ma che non ha certo brillato quando è stata messa all’opera – aveva calcolato in 30 miliardi il costo di una protezione sociale estesa a tutti i senza lavoro con una base di mille euro al mese netti. Altri studi più dettagliati – quelli di Tito Boeri e Pietro Garibaldi per lavoce.info -avevano ipotizzato un costo di 19 miliardi di euro però con un tasso di disoccupazione intorno al 10%. Altre stime di altri centri studi (dalla Cgil a Pagina 99) oscillano fra un costo minimodi 15,5 miliardi di euro auno massimo di 24 miliardidi euro. Con quali forme difinanziamento? I vari sussidi sociali esclusa la Cassa integrazioneammontano oggi acirca 9-10 miliardi di euro. Ilcosto per le casse dello Stato delle casse integrazioni atipich eè di circa 3,5 miliardi di euro l’anno. Facendo morire la protezione sociale esistentesi ricavano quindi circa 13 miliardi.

Per realizzare la protezione indicata nel Jobs act ne servirebbero altri 6-7:

E il governo non indica dove prenderli. Renzi ha fatto filtrare da Palazzo Chigi a La Stampa la possibilità di allargare la protezione rispetto all’esistente inserendo in legge di stabilità un apposito fondo«disoccupazione per chi non ce l’ha» da 1,5-2 miliardi. Ma non ne ha indicato alcuna caratteristica. Per cui, se disoccupazione e cassa integrazione restano le stesse di primae si aggiungono 1,5-2 miliardi per dare sussidi a chi non ce li ha, si estende sicuramente la protezione sociale attraverso una robusta mancia governativa, ma non si riforma nulla del sistema. Con quali risorse, peraltro, è un mistero.Se invece quegli 1,5-2 miliardi ventilati dovessero arrivare dal de-finanziamento della cassa integrazione in deroga,non solo non si riformerebbe nulla (quindi il Job act resterebbe solo un’arma ideologica),ma neppure si estenderebbe la protezione sociale, perché si tratterebbe solo di cosmetica per sostituire la cassa in deroga con analogo assegno di disoccupazione.

 
E L’ARTICOLO 18?
Sull’articolo 18 intanto il governo fa conoscere il piano, che prevede un indennizzo graduale e un tetto a 24 euro di mensilità. Resta il reintegro soltanto in caso di licenziamento per discriminazione da parte del datore di lavoro. Di fatto, i piani di Palazzo Chigi costituiscono un ulteriore passo in avanti rispetto alla riforma Fornero che aveva già fortemente depotenziato l’efficacia dell’articolo 18 lasciando al giudice, nelle cause di licenziamento per giusta causa,l’alternativa tra reintegro e indennizzo. Negli ultimi anni, in media, sono circa 5 mila le cause di lavoro che si chiudono con una sentenza che ha dato ragione al licenziato ordinando all’azienda l’immediata riassunzione. In più, l’azienda che ha allontanato il dipendente è tenuta ad un risarcimento proporzionale agli anni di servizio maturati. Lo schema di massima prevede chec hi perde il posto sarà indennizzato con una o forse due mensilità per ogni anno di lavoro fino a un massimo di 24 mensilità.La normativa riguarderà soltanto i neo-assunti ma non è escluso che le norme possano essere estese anche ai dipendenti con minore anzianità di servizio.
 
IL PROBLEMA DELLA FLEXSECURITY
Come scrivevamo qualche giorno fa, poi, riguardo la flexsecurity c’è un problema di fondo piuttosto importante che non sembra essere stato finora evidenziato. Nelle attuali condizioni dell’economia italiana la Flexsecurity darebbe libertà, sì, ma soltanto in un verso: quello dell’espulsione dei lavoratori dal mercato del lavoro, con conseguente messa a carico da parte dello Stato. Il maggiore problema sembra essere quello evidenziato da Krugman nel suo famoso “Paradosso della Flessibilità”:

Fare in modo che i salari cadano più facilmente, come chiedeva Hazlitt allora e come chiedono i suoi accoliti oggi, non solo redistribuisce il reddito dai lavoratori ai ricchi (e questo non è strano ); effettivamente peggiora l’economia nel suo complesso. Una cosa che Noah Smith ha detto giusta, per inciso, è la sua intuizione che i salari giapponesi siano più vischiosi di quelli degli altri paesi avanzati. Ci sono un bel po’ di prove a questo fine, soprattutto il fatto che il Giappone sia quasi l’unico ad essere finito nella deflazione. Il punto, tuttavia, è che questa non è una buon cosa in un paese che si trova in una trappola di liquidità e soffre di eccesso di debito: quando quel paese giunge alla flessibilità dei salari e dei prezzi, la situazione dell’economia non si è necessariamente sviluppata a vantaggio del Giappone. (traduzione qui)

Insomma, il calo della domanda in azione oggi nell’economia a causa dello choc da debito e della crisi porta alla flessibilità del lavoro in uscita aumentando la disoccupazione; i disoccupati riducono i consumi (anche con il sussidio, perché questo ha un limite e conviene essere formiche che cicale quando si è senza lavoro), e questo porta a un ulteriore calo della domanda. Dopo la trappola della liquidità ci toccherà anche la trappola della flessibilità?

Le altre novità del piano per il lavoro di Renzi

Leggi sull’argomento: Flexsecurity: l’idea di Renzi per i lavoratori di serie B