Cultura e scienze

Il test dell’immunità al Coronavirus per far finire l’isolamento

Un test per gli immuni al Coronavirus SARS-COV-2 e a COVID-19 per far finire l’isolamento e le misure di distanziamento sociale, almeno per una parte della popolazione. La proposta di un gruppo di scienziati

pelle coronavirus immagine del virus

Riccardo Valentini, professore di Ecologia forestale all’Università della Tuscia e membro dell’Intergovernmental panel for climate change (Ipcc), organizzazione dell’Onu sui cambiamenti climatici con la quale ha vinto nel 2007 il premio Nobel per la Pace, propone oggi su Repubblica in un articolo a firma di Luca Fraioli un test per gli immuni al Coronavirus SARS-COV-2 e a COVID-19 per far finire l’isolamento e le misure di distanziamento sociale, almeno per una parte della popolazione.

Un test dell’immunità al Coronavirus

L’idea di Valentini è che per far ripartire l’Italia sia fondamentale identificare coloro che hanno sviluppato gli anticorpi contro il virus. Il concetto è semplice: oggi c’è un Paese rintanato in casa, mentre in prima linea medici e infermieri cercano di salvare vite umane, ma passata l’emergenza si dovrà rimettere in moto il sistema produttivo.

«Le persone che si sono immunizzate contro il coronavirus», spiega Valentini, «potrebbero essere le prime a tornare al lavoro». Sono già decine i kit per la ricerca di anticorpi, messi a punto in Cina o negli Stati Uniti. E le regioni italiane più colpite dall’epidemia (Lombardia, Emilia, Veneto) sono intenzionate ad acquistarli per fare uno screening della popolazione, una volta superato l’attuale periodo critico. La Toscana ne ha già comprati un milione. «La nostra richiesta alla politica però è che questa volta si adotti una strategia unica», avverte Luisa Bracci Laudiero, immunologa presso il Consiglio nazionale delle ricerche. «Abbiamo le competenze per mettere a punto un esame del sangue semplice e poco costoso, che si potrebbe fare in qualsiasi laboratorio di analisi».

percorso paziente coronavirus
Coronavirus: cosa fare se si avvertono i sintomi (Il Messaggero, 28 marzo 2020)

Già qualche giorno fa Bracci Laudiero, con le colleghe Rosaria Coscia e Diana Boraschi, dell’Immunology network del Cnr, ha scritto una lettera in cui sostiene che «è di assoluta importanza coordinare gli sforzi di medici e ricercatori, e iniziare subito a svolgere analisi sierologiche e studi sulle caratteristiche immunologiche dei pazienti asintomatici». Ma non si era detto che non abbiamo ancora certezze sulla capacità dell’organismo di sviluppare anticorpi contro il virus? «È vero non abbiamo certezze», risponde la ricercatrice del Cnr. «Ma gli ultimi studi pubblicati, anche da colleghi cinesi, e gli esperimenti condotti sulle scimmie suggeriscono che una reazione del sistema immunitario c’è».

Ecco quindi la proposta: «Sappiamo che il coronavirus si aggrappa alle cellule umane grazie a una speciale proteina. Se scoprissimo in un individuo una immunoglobulina IgG che colpisce quella particolare proteina, potremmo essere ragionevolmente certi che quella persona ha avuto il Covid-19, lo ha battuto ed è immune». Per quanto tempo, settimane o mesi, però ancora non si sa.

Le immunoglobuline IgM, che si sviluppano nelle prime ore dell’infezione, e le IgG, che compaiono in un secondo momento e che sono più specifiche, più mirate a combattere il particolare nemico che si ha di fronte. Le IgG possono essere “neutralizzanti”, se riescono a colpire il tallone d’Achille del virus rendendolo inoffensivo. Concorda Sergio Romagnani, professore emerito di Immunologia all’Università di Firenze: «Se nel sangue troviamo solo l’IgG possiamo effettivamente concludere che il paziente è guarito. Se troviamo sia l’IgG che l’IgM forse l’infezione è ancora in corso e va fatto il tampone, se c’è solo l’IgM è probabile che ci si trovi nella prima settimana dal contagio. In ogni caso, l’affidabilità di questi test va verificata con cura», avverte Romagnani.

La stessa proposta è stata fatta in Germania.

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