Politica

«Noi senza governo stiamo meglio»

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Ettore Livini su Repubblica di oggi racconta la non tanto strana storia della Spagna, che dopo due turni elettorali non ha ancora una maggioranza in parlamento capace di votare i pieni poteri al governo, ma il PIl cresce e il paese migliora. La stessa cosa era accaduta al Belgio, che è rimasto 541 giorni senza governo senza avere particolari problemi a partire dal 2010.

Senza un primo ministro le cose — in Spagna — vanno a gonfie vele: il Pil cresce a ritmi da tigre asiatica (+3,2% le previsioni 2016), a luglio sono stati creati 84mila posti di lavoro, lo spread con i Bund è più basso di quello dell’Italia. E per la prima volta da otto anni — la prova regina del benessere ritrovato — le aperture di bar per le Tapas hanno superato le chiusure. Squadra che vince — anche quando la squadra non c’è — non si cambia. E un pezzo del paese, malgrado le preoccupazioni di Bruxelles, spera in gran segreto nel flop di Rajoy e in nuove elezioni — previste il giorno di Natale — per continuare a sognare.
Antonio Arroyo, 24 anni e una laurea in economia aziendale mai sfruttata («Mi barcameno con collaborazioni saltuarie») è uno dei tanti fan di questa strana anarchia iberica. «La politica ha fallito. Siamo orfani del bipolarismo. In questi giorni i partiti litigano persino su dove sedersi in Parlamento. Io vedo i fatti — dice bevendo un bicchiere di bianco in un bar a fianco del Prado — da quando la Spagna non ha più medici al capezzale sta molto meglio!».

chi ha vinto le elezioni in spagna
Elezioni in Spagna, le ripartizioni dei seggi

Lui — a dire il vero — non ne ha beneficiato troppo («Sono al verde, tra due giorni parto per fare la vendemmia a Martignol in Francia, prendo 2mila euro in tre settimane»). I numeri però sembrano dargli ragione. Il limbo della politica non ha frenato i consumi, saliti del +4,9% a luglio. Le banche — salvate nel 2012 da 40 miliardi della Ue — «hanno ripreso a dar soldi ad aziende e cittadini», festeggia il segretario di Stato all’economia Inigo Fernandez Nemesa. Il tempo — governo o non governo — sta cicatrizzando persino le ferite della “Burbuja del Ladrillo”, la bolla del mattone che ha messo in ginocchio il paese nel 2008: «Due anni fa qui vivevano 3mila persone. Ora siamo 8mila e nessuno ci chiama più “gli spettri della città fantasma”», ride Angela Lambea, grafica di 34 anni e fresca acquirente per 98 mila euro di un appartamento di 100 metri quadri alla Sesena, la mega-speculazione del palazzinaro Francisco Hernando Contreras, al secolo “El Pocero” (lo spurgafogne). Lui è fallito, la sua (ex) cattedrale nel deserto a sud della capitale è finita sul groppone delle banche. E proprio ora, con buona pace dei 254 giorni senza premier, sono rispuntati gli acquirenti a riempire gli spazi vuoti: «Io e mio marito abbiamo ritrovato lavoro a tempo indeterminato a gennaio — racconta Angela — con il primo stipendio abbiamo fatto il mutuo e ci siamo messi un tetto sulla testa».

Un caso? Probabilmente sì, visto che la crescita della Spagna, così come quella del resto d’Europa, è in gran parte indotta dalla politica della BCE e dalla riforma del mercato del lavoro (fatta dai politici) ha portato i big dell’auto a investire miliardi nel paese che è diventato il secondo produttore d’Europa, assorbendo parte degli esuberi del settore costruzioni derivati dalla bolla immobiliare. In più c’è da ricordare che la disoccupazione è ancora molto alta (anche se in discesa dal 26 al 20%) e, soprattutto, che il lavoro creato è precario. Ma rimane che non avere un governo che sbagli è sicuramente un vantaggio.

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