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Il referendum anti-corruzione in Romania

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La grande protesta popolare di piazza in Romania è riuscita a costringere il Governo a ritirare la legge “salva corrotti” che sarebbe dovuta entrare in vigore il 10 febbraio. Le proteste – le più grandi dalla caduta del regime comunista nel 1989 – erano iniziate due settimane fa quando il Governo guidato dal socialdemocratico Sorin Grindeanu aveva fatto approvare un decreto che depenalizzava la corruzzione innalzando all’equivalente di 44 mila euro (200.000 Lei) la somma di denaro oltre la quale si procedeva per il reato di corruzione. Una norma che secondo i manifestanti avrebbe aiutato i politici corrotti e soprattutto favorito il presidente del partito socialdemocratico, Liviu Dragnea, che è attualmente sotto processo per corruzione con l’accusa di aver intascato una mazzetta da 24mila euro.

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foto via Twitter.com

L’incognita del testo del quesito

In seguito alle proteste il ministro della Giustizia Florin Iordache ha rassegnato le dimissioni, prendendosi la responsabilità per il contenuto del decreto “salva corrotti” ma le proteste di piazza non accennano a finire. Anche per questo motivo il Parlamento ha approvato all’unanimità una proposta di legge per indire un referendum sulla lotta contro la corruzione. Tutti i 310 deputati presenti oggi hanno votato sì alla proposta del presidente della Repubblica Klaus Iohannis. La data della consultazione popolare non è ancora stata definita così come non è ancora stato stilato il testo del quesito referendario. Non è ancora chiaro quindi su cosa i cittadini romeni saranno chiamati a votare, e sarà il Presidente della Romania Klaus Iohannis – che fa parte del Partito Nazionale Liberale di centro destra – a dover indicare il testo del referendum. Iohannis fin da subito si è schierato dalla parte dei manifestanti che ora chiedono le dimissioni del Governo. Di fatto la mossa di votare per il referendum potrebbe paradossalmente rappresentare il rischio minore per i politici romeni perché il testo del quesito referendario potrebbe essere concepito in maniera così generica (ad esempio chiedere se i cittadini sono favorevoli alla lotta alla corruzione o meno) da non costituire un pericolo per il Governo e da non rappresentare una reale minaccia per i corrotti. Viceversa se la domanda sarà specifica e precisa allora il risultato della consultazione popolare potrebbe essere molto più vincolante per il Parlamento e per l’esecutivo.


La notizia del referendum è stata accolta con favore dalla piazza che però continua a chiedere le dimissioni dell’intero esecutivo. La bocciatura della norma salva corrotti e le proteste di piazza segnano per alcuni la fine del governo socialdemocratico di Grindeanu e non è escluso che le stesse richieste possano essere fatti dopo l’esito della consultazione referendaria. Domenica 12 febbraio almeno 50.000 persone si sono radunate in piazza davanti alla sede del Parlamento romeno; i manifestanti hanno formato una enorme bandiera umana alzando in aria fogli colorati di blu, giallo e rosso e intonato slogan contro la corruzione. Molti commentatori hanno parlato di un risveglio politico della società civile romena, soprattutto dei giovani che costituiscono lo zoccolo duro della protesta e definiscono le proteste in Romania come una possibile “nuova via” per i movimenti populisti, una via fatta di voglia di democrazia e partecipazione senza gli aspetti più deteriori del populismo giacobino. Probabilmente è ancora presto per valutare sia la portata delle proteste sia il loro significato politico non immediato per il Paese e per l’Europa.
 
Foto copertina via Twitter.com