Opinioni

The Italian Lockdown – Cronache da un Paese in Quarantena: 25. DDR

Uova di pasqua. Ricordi che si mischiano all’incedere della Storia. Organizzazione teutonica, fucile in mano e fotografie scattate di nascosto. Il social distancing mette fine alle molestie sessuali.

Sabato, 11 aprile 2020.

La sera del venerdì di Pasqua, l’uomo dal lungo naso, che per ignote ragioni risiedeva a Palazzo Chigi, tornò a parlare a distanza di un mese dalla prima volta, annunciando che il Lockdown sarebbe andato avanti fino ai primi di maggio.

La notizia, seguendo una tecnica collaudata, era già stata preannunciata alla stampa e così il popolo non ebbe di che strapparsi i capelli, pur iniziando il secondo mese consecutivo di quarantena.

La sorpresa fu sostanzialmente un’altra. Quello che due anni prima, catapultato sullo scranno di Primo Ministro senza che nessuno lo conoscesse, era sembrato un maggiordomo con la pochette, mise le uova sul tavolo e non erano uova di Pasqua. Batté il pugno più volte e fu come se avesse sfoderato il bastone per mazzolare i leader dell’opposizione, due sciacalli che già in passato si erano distinti per la loro miseria umana, ma che erano pur sempre titolari di larghe fette dell’elettorato.

Le accuse di sospensione della democrazia arrivarono puntuali come i treni in Svizzera, ma anche queste non destarono particolare sorpresa. Tutto il mondo, ormai, era in Lockdown.

Cerco di frugare nei meandri del cervello, al ricordo di qualcosa di simile e l’unica cosa che mi viene in mente è il discorso di Churchill, pronunciato nel 1946, quando non era nemmeno più primo ministro, visto che gli Inglesi si erano stancati di lui. Utilizzò per la prima volta, l’espressione Cortina di Ferro che andava calando su tutta l’Europa orientale. Anche quello, per certi versi, fu una sorta di Lockdown.

Da ragazzino, alle scuole medie, il mio migliore amico si chiamava Marco. Era figlio di comunistoni e, quando cominciò la seconda media, non fece altro che decantare le avventure vissute l’estate prima, in un piccolo paesino nel sud della DDR, non lontano da Dresda.

Ci era andato grazie a un viaggio organizzato dalla Camera del Lavoro di Reggio Emilia, che poi significava il luogo più rosso in tutta l’Europa occidentale.

I suoi racconti erano migliori dei miei, che ero stato spedito in colonia con le suore a Spormaggiore, un paesino nel Trentino dove, già a partire dal secondo giorno, avevo cominciato ad escogitare la fuga con un compagno di stanza, per sfuggire alla noia.

Le suore erano una gran rottura di palle. Ci ispezionavano come guardie, per stare attenti che la notte non succedessero cose strane.

Eravamo piccoli, ma per quanto le camerate fossero separate, le ragazze sbocciano prima degli uomini e ci pensano loro a svoltare certe situazioni, prima ancora che noi, piccoletti, ci rendessimo conto che quell’aggeggio tra le gambe non serve solo per pisciare.

Marco non aveva infilato il pisello da nessuna parte, pure lui era piccolino, ma l’esperienza in terra comunista lo aveva convinto che quella era la direzione da prendere e, solo vivendola, si poteva capire in quale Paradiso vivessero da quelle parti, a differenza di noi, povera colonia nella periferia dell’Impero a Stelle e Strisce.

Dopo aver deciso, qualche settimana prima, che mi ero rotto le palle di andare a messa la domenica mattina, che preferivo starmene a letto, che tanto i miei non ci venivano neppure, ecco che me ne uscii con la richiesta. “Quest’estate voglio andare anch’io in Germania Est!”

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Angela non mi seguì. A Spormaggiore se l’era spassata, a differenza di me, non aveva alcuna voglia di cambiare.

Questo non fu certo un problema, anzi, venne visto come un’opportunità. I miei spingevano perché avessimo esperienze diverse, amicizie diverse, che si sa, i gemelli tendono a passare fin troppo tempo assieme.

Mio padre aveva avuto un breve passato come delegato sindacale alla CGIL. Nel dicembre del ’70, quando noi eravamo appena nati, era arrivata una telefonata in cui gli era stato detto di fare la valigia e tenersi pronto a scappare. C’era in corso un tentativo di colpo di stato, a Roma.

Non ce ne ha mai parlato. Solo più tardi, da mia madre, ho saputo che avevano passato la notte svegli, in attesa di non so che. Senza che la mattina dopo succedesse niente. E nemmeno le mattine successive. Solo alcuni mesi più tardi, nel marzo del ’71, si venne a sapere che il tentativo di colpo di stato c’era stato, eccome. Truppe militari erano state viste sfilare, verso il Viminale. Poi, per ragioni che ancora non si sono capite, era saltato tutto.

Da allora, erano passati diversi anni, ma verso la fine degli anni ’70, mentre impazzavano gli anni di piombo, mio padre non vide nulla di strano nel mandarmi oltre cortina. Va a sapere da che parte il mondo poteva piegare.

E poi mio padre aveva una sua teoria. Se un Paese come la Germania, sconfitto dopo la prima guerra mondiale, era riuscito a dichiarare guerra al mondo, nello spazio di vent’anni, lascia stare Hitler, c’è qualcosa in quella gente di speciale, in termini di organizzazione.

Me ne accorsi subito.

L’organizzazione, in quel campo, era in mano al comandante Fritz. Ogni mattina, toccava svegliarsi alle sette del mattino, fare un giro di campo da calcio, senza nemmeno il tempo di lavarsi il muso, per poi riunirsi in cortile per l’alzabandiera. Tutti noi dovevamo portare un fazzoletto rosso al collo e celebrare il nostro ruolo di pionieri per il comunismo.

Eravamo Reggiani, notoriamente teste quadre, ma evidentemente lo spirito italiano è diverso dal tedesco. Dopo un giorno o due, abbiamo cominciato a romperci le palle di sta storia.

Quando al mattino venivano a bussare alle porte delle camerate, scappavamo oltre le finestre. In qualche modo, fingevamo di esserci fatto il giro di campo, per poi assistere all’alzabandiera, che c’era pure un musichetta del cazzo in sottofondo, e poi via a colazione, con il fazzoletto rosso che ci serviva da tovagliolo, per ripulirci la bocca da quelle fantastiche marmellate.

Il resto dei giorni era pianificato alla perfezione. Mai un momento in cui annoiarsi. Gite di qua o di là, ricordo specialmente quella al campo di concentramento di Buchenwald. I coprilampada costruiti con la pelle di alcuni prigionieri, facile dire quali, è qualcosa che davvero non riesco a cancellare dalla mente.

Un ex-prigioniero, di quel lager, recitava stancamente una storia raccontata troppe volte. In quei giorni, diceva, avevano stretto un patto tra i vari prigionieri politici. Una volta fuori da lì, avrebbero dovuto tutti lottare per costruire un mondo migliore. Loro, in Germania Est, ci erano riusciti. Aspettava lo stesso noi.

Quello sguardo spento, tuttavia, non caricava di entusiasmo.

L’altra sera ho chiamato il barone, a Ventotene, per capire come butta sull’isola, dove alcuni confinati diedero vita a simili riflessioni, che portarono a un nuovo manifesto per l’Europa, la stanca Unione che ora fatica a reggersi in piedi, alla prima vera scossa da quando è nata.

 

Il barone ha un ristorante fenomenale, il migliore dell’isola, ma ormai sta perdendo le speranze di poter aprire per la prossima stagione estiva.
“Amico mio, so’ cazzi” dice.
“A chi lo dici?”
Gli chiedo se, sull’isola, possono comunque andare in giro come gli pare, che tanto è lunga tre chilometri e magari, per una volta, sono meno isolati che da noi.
“Macché. Rompono le palle pure qui. Che poi hanno pure ragione eh?”
A Fondi, è sbocciato un cluster ed è da lì che arrivano ortaggi e mozzarelle.
“E vabbuò, tanto voi ve magnate o’ pesce, no?”
“E magnamose o’ pesce” ride con me.

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Sto divagando, lo so. Ma è così che succede in quarantena e così mi ritrovo nuovamente in DDR, quel giorno che mi misero in mano uno schioppo, che un pioniere comunista deve anche essere capace a sparare.

Era pesante e facevo fatica a reggerlo, tra le risate degli amici che si prendevano beffe di me. Il fucile ondeggiava tra le mie braccia, ma ho sparato nel momento giusto. Facendo centro.

Muti!

Il resto dell’estate lo passai a giocare con Marco e Fausto, in un campetto della nostra scuola media, e forse mi divertii anche di più. Marco era un fenomeno a calcio. Fausto si rivelò poi un fenomeno a pallavolo. Io, pur avendo giocato con entrambi, ero una sega in tutti e due i giochi. Forse a biathlon, avrei avuto qualche speranza, visto che a sciare ero bravo. E a sparare pure, lo avevo dimostrato.

E poi ci sono quelle foto. Che oltre al comandante Fritz, c’era Rainer, a portarci in giro ad ogni gita. E scoprii che aveva scattato tante foto, di nascosto, quando me le spedì, mesi dopo, assieme a cartoline di Alexander Platz, che evidentemente viveva a Berlino Est.

Metteva un sacco di faccine in ciò che scriveva, quando ancora le faccine non esistevano. Ed erano proprio quelle che saltavano più agli occhi, visto che il resto erano frasi inneggianti al socialismo. Sempre le stesse. Esangui e stanche. Come quelle dell’ex-prigioniero di Buchenwald.

Le foto erano splendide, invece. Catturate di nascosto, in bianco e nero. Ero spesso l’unico protagonista, un ragazzino dai riccioli neri che sembrava strappato da un dipinto di Caravaggio.

Mia madre si preoccupò. Mi chiese se non fossi stato molestato.
“Ma no! Mamma! Cosa cazzo ti viene in testa.”

Bastò un’altra estate, perché la molestia arrivasse per davvero, da un docente svedese, durante una vacanza studio nel sud della Francia. Nulla di particolate, nulla di grave, a parte quella carezza sullo scroto, in spiaggia, che avrei dovuto denunciarlo e non ne trovai il coraggio, per la vergogna.

Oggi, anche questo problema è risolto, con il social distancing. Ma non è un pensiero che mi rasserena, proprio per niente.